Siamo medici o “agenti di commercio”?

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE – N. 6 Aprile 1995

Siamo medici o "agenti di commercio"?

Sarebbe istruttivo leggere i codici deontologici promulgati dalle Associazioni mediche degli altri Paesi.
Ad esempio pare che il codice di comportamento nei con­fronti dell'industria farmaceutica proposto recentemente dal Royal Australasian College of Physìcians vieti assolutamente ai propri affiliati dì accettare campioni gratuiti di medicinali. Il motivo? "La distribuzione di campioni gratuiti è una tecnica di marketing avente lo scopo di abituare il medico a prescrive­re un certo prodotto o ad avviare un gruppo di pazienti ad un trattamento a lungo termine con un dato farmaco".
Il codice però più avanti permette ai medici di essere pagati dalle industrie farmaceutiche per le sperimentazioni cliniche dei farmaci, con la sola (e mi pare giusta) clausola che il pagamento deve essere basato sul tempo impiegato nel lavoro e non sul numero di pazienti arruolati nella sperimentazione. Ma il motivo per cui è interessante leggerlo è soprattutto che per la prima volta in un codice di comportamento viene usato il termine "agenti" per i medici, descritti come "non-consuma­tori dei prodotti farmaceutici, ma agenti dei consumatori (cioè dei pazienti).
Forse stiamo avvicinandoci alla realtà: i medici sono agen­ti, e di commercio, per le ditte farmaceutiche.
Che piaccia o no chi "vende" i prodotti delle ditte farmaceu­tiche ("vende" nel gergo dei pubblicitari, ovviamente), è il medico che compila le ricette scegliendo il prodotto della ditta X anziché l'analogo prodotto della ditta Y, determinando un guadagno per l'una e un mancato guadagno per l'altra. Più "agenti" di così…
Il guaio è che corollario di questa scelta tra due farmaci uguali è anche la scelta tra due comportamenti antitetici: o si partecipa agli utili e si diventa disonesti e fuorilegge, oppure si tiene il sacco a chi fa i soldi con la nostra firma, e si diventa fessi ma onesti (o onesti ma fessi, che non è lo stesso).
 
Questa lettera è stata scritta da un medico alla rivista della Federazione dell'Ordine dei Medici, Il Medico d'Italia. E' lo sfogo amaro di un professionista che si è laureato credendo di poter fare il medico e che si trova invischiato negli ingranaggi messi in essere per vendere i farmaci, relegato nel ruolo di un agente di commercio.
Quello che emerge da questa lettera è che, per quella che è l'impostazione del sistema medico, sia prassi normale e generalizzata che le industrie farmaceuti­che facciano azioni di incentivazione sui medici per far crescere i consumi dei loro prodotti e le adottino come base della loro strategia di marketing.
Che poi un medico si faccia coinvolgere o meno (quanti saranno quelli onesti?) è un altro discorso e riguarda la coscienza dei singoli individui. Quello che è importante rilevare è che questo approccio di marketing è un fatto consolidato ed è uno dei fattori che ci dovrebbe indurre a mettere in discussione i criteri con cui viene impostato a monte il rapporto industria farmaceutica-medico-paziente, ma anche di conseguenza il rapporto fra indu­stria e ministero della sanità, fra ordine dei medici e ministero e quindi tutto il sistema sanitario.
Per quanto riguarda quello che avviene ad esempio nei paesi regolati dalla Royal Australasian College of Physicians, si aprono anche qui degli interro­gativi. E' meglio che i medici siano pagati a tempo che non per numero di pazienti. Questo è vero. Ma chi controlla il tempo che i medici dedicano alla sperimentazione? Chi controlla i criteri con cui viene fatta la sperimentazione, evitando ai pazienti tutti quei rischi di cui tante volte leggiamo sui giornali? Il controllo viene cioè fatto da qualcuno che stia al di sopra delle parti, che non sia né il medico che viene pagato né l'industria che alla sperimentazione dedica parte dei propri investimenti, né il paziente che troppo spesso è disposto ad accettare qualsiasi cosa anche con la semplice illusione di superare il suo stato di sofferenza?
Il paziente deve smettere di essere "paziente" per diventare il malato che in prima persona si impegna nella lotta contro la propria malattia e deve vedere il medico e la medicina come strumenti, armi da usare in funzione della propria salute. Il bambino che è ancora indifeso, il vecchio che non è più capace di intendere, il malato che si trova in uno stato che gli impedisce di esprimersi avrà poi bisogno che siano i familiari ad assumersi la responsabilità di fare il massimo per capire e valutare le cure di cui sono oggetto.
L.T.

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