Nel “progresso” dell’uomo non c’è posto per la salute e per l’uomo stesso

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N° 10 APRILE 99
 
 
Nel "progresso" dell'uomo non c'è posto
per la salute e per l'uomo stesso
L'assenza di malattia equivale all'essere in salute?
Un'analogia può aiutarci a rispondere. Una persona come tante, che ha il proprio lavoro, una casa, ha di che spendere per vestirsi, per divertirsi e per fare ogni anno le proprie vacanze, può dirsi povera? La risposta è no, è veramente povero chi non ha di che sfamarsi a sufficienza e non ha un tetto per coprirsi. Ma possiamo dire che quella stessa persona è ricca? Certamente no, la ricchezza vera è ad un livello estremamente più alto, di chi ha la possibilità di soddisfare tutto quello che vuole, senza mai esaurire le proprie risorse e senza avere bisogno di lavorare per guadagnare soldi.
Allo stesso modo possiamo osservare salute e malattia. La malattia è uno stato di forte carenza dell'organismo, che gli impedisce di svolgere la sua normale attività quotidiana. Ma l'assenza di malattia non dovrebbe equivalere alla salute, a uno stato cioè che dovrebbe essere di benessere profondo: l'uomo pienamente realizzato, che esprime la sua potenzialità senza ostacoli, che può lavorare e vivere senza che la propria salute ne venga intaccata.
È una prospettiva luminosa, che dovrebbe far parte di un'aspirazione comune dell'umanità.
Eppure, anche ripercorrendo la storia dell'uomo, almeno come ci viene riportata ufficialmente, il concetto di salute appare sempre parziale e distorto. Allora come oggi, esso tende a rappresentare per lo più la sola assenza di malesseri o la sola assenza di sintomi.
Ufficialmente i pochi elementi che documentano la cosiddetta "preistoria della medicina", datati intorno al 5000 a.C, interpretano generalmente la pratica della medicina come intimamente connessa alle pratiche religiose. Le concezioni religiose, dal canto loro, hanno sempre mostrato delle divinità contemporaneamente guaritrici e portatrici della manifestazione del male, che d'altro canto spesso rappresentava una punizione divina; ciò sta a dimostrare che già da allora l'assenza della manifestazione negativa era considerata salute, provenendo la malattia e la guarigione da una medesima entità. Già presso i sumeri, popolazione assiro-babilonese, (V° millennio a.C.) si ritrovano i primi documenti che testimoniano l'indirizzo di voler negare al concetto di salute la possibilità di rappresentare la condizione complessiva di un individuo o di un popolo ed essere quindi espressione di una realtà di benessere globale, restringendo invece il concetto ad un fatto parziale, limitandola all'assenza dei soli sintomi, definiti come la sola espressione negativa.
I sumeri danno esempio del fatto che già allora era codificata una serie di atti terapeutici, considerati come unici ed indiscussi mezzi per combattere la malattia e "ristabilire la salute". L'aver sistematizzato le singole tecniche terapeutiche (come appare nel codice di Hammurabi, il più antico testo medico che riporti prescrizioni di pomate, decotti, lozioni per curare un gran numero di disturbi), spinge a giustificare ed a perpetuare la rinuncia da parte dell'uomo a una qualsiasi ricerca di espressione per la salute, e l'accettazione di una soluzione artificiosa per ricercare invece soltanto un possibile riequilibrio.
Tutto ciò si è poi consolidato e generalizzato come concetto grazie alla nascita del professionismo ed al conseguente utilizzo delle specializzazioni.
Documenti attestano che già tra gli egiziani (secondo millennio a.C.) esistono medici degli occhi, medici del naso, medici del ventre e chirurghi che praticano nei loro interventi anche la trapanazione del cranio.
In India nello stesso periodo, tra le altre, la chirurgia estetica è già affermata, e con tecniche sofisticate si pratica la ricostruzione del naso, utilizzando lembi di pelle staccati da altre parti del corpo.
A Ippocrate, medico greco nato intorno al 460 a.C, si fa universalmente risalire la prima regolamentazione etica che avvalora e codifica la professione medica.
Vengono definiti in essa il ruolo del medico, la necessità del ricorso costante al rimedio e a chi lo somministra, l'accettazione di demandare ad altri lo stabilire ciò che è e ciò che non è malattia.
All'interno di tale regolamentazione, l'etica professionale del medico è stabilita nel famoso giuramento dello stesso Ippocrate; in esso l'atto medico è fatto apparire come l'espressione di un'arte divina al di sopra di tutto in funzione dell'uomo. Con esso i medici si costituiscono come corporazione-istituzione garante delle funzioni assegnate alla medicina, e definiscono i doveri ai quali sono disposti ad assoggettarsi per ricoprire tale ruolo. Nel giuramento si stabiliscono le norme che devono garantire la continuità di tale istituzione, al di là degli interessi immediati della struttura sociale. La sua validità in tal senso è dimostrata dal fatto che quell'etica è ancora oggi valida nelle sue linee essenziali.
"Affermo con giuramento per Apollo medico e per Esculapio, per Igea e per Panacea e ne siano testimoni tutti gli dei e le dee, che per quanto me lo consentiranno le mie forze e il mio pensiero, adempirò questo mio giuramento che prometto qui scritto. Considererò come padre colui che mi iniziò e mi fu maestro in quest'arte, e con Gratitudine lo assisterò e gli fornirò quanto possa occorrergli per il nutrimento e per le necessità della vita, considererò come miei fratelli i suoi figli e se essi vorranno apprendere quest'arte, insegnerò loro senza compenso e senza obbligazioni scritte, e farò partecipi delle mie lezioni e spiegazioni e di tutta intera questa disciplina tanto i miei figli quanto quelli del mio maestro, e così i discepoli che abbiano giurato di volersi dedicare a questa professione, e nessun altro, all'infuori di essi. Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni, e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa, giammai mosso dalle premurose insistenze di alcuno propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere, e per lo stesso motivo non mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la mia vita che fa mia arte. In qualsiasi casa entrato, baderò soltanto alla salute degli infermi rifuggendo ogni sospetto di ingiustizia e di usata corruzione e soprattutto il desiderio di illecite relazioni con donne e con uomini sia liberi che servi, e tutto quello che durante la cura e anche all'infuori di essa avrò visto e avrò ascoltato sulla vita comune delle persone e che non dovrà essere divulgato, tacerò come cosa sacra. Che io possa, se avrò con ogni scrupolo osservato questo mio giuramento senza mai trasgredirlo, vivere a lungo e felicemente nella piena stima di tutti e raccogliere copiosi frutti della mia arte. Che se invece lo violerò e sarò quindi spergiuro possa capitarmi tutto il contrario."
In realtà non sembra che il comportamento dello stesso Ippocrate si attenesse nei fatti al giuramento.
Sappiamo infatti che quando Artaserse re persiano, il cui esercito era decimato da una pestilenza, richiese a Ippocrate di prestare la sua opera, il celebre medico rifiutò ogni proposta e rispose che l'onore gli impediva di collaborare con i nemici della sua patria; la cura degli infermi non era quindi al di sopra di tutto.
Nonostante questa e molte altre contraddizioni tra quanto giurato e quanto fatto, questa regolamentazione rappresenta un altro passo verso la definizione del ruolo del medico e della sua professione come indispensabili e indiscutibili. Si stabilisce così con il consenso di tutti, ancor più definitamente rispetto ai secoli precedenti, il compito del medico, il suo dovere, ma contemporaneamente il suo diritto a dare una risposta, insindacabile dall'individuo, al sintomo e di decidere quando e se una condizione è malattia.
Nel passato tuttavia troviamo qualche tentativo di garantirsi nei confronti dell'operato di chi può decidere della vita o della morte del malato, questo naturalmente da parte di chi può permetterselo. Presso i già citati sumeri, il medico poteva decidere ogni tipo di trattamento terapeutico, ma se il malato moriva sotto le sue cure, e non necessariamente per errore, era incolpato di imperizia ed era condannato a varie pene fino alla pena di morte, a seconda che la vittima fosse libero o schiavo.
Ma ciò è destinato a cambiare, lo testimonia una citazione di Plinio il vecchio (1° secolo d.C.) a proposito dell'operato dei medici del suo tempo:
"In questa professione non godono alcun prestigio altri che quelli che usano il greco, perfino presso chi è ignorante e chi non conosce quella lingua; d’altro canto si sa com’è la gente: per tutto quello che riguarda la propria salute, è più diffidente se capisce … D'altra parte non vi è nessuna legge che punisca l'incapacità che può costare la vita, né ci sono esempi di ricorsi legali. I medici imparano a nostro rischio e pericolo e si servono delle morti per portare avanti i loro esperimenti e solo per il medico c'è l’assoluta impunità nel commettere un omicidio. Anzi il biasimo si riversa sul paziente, si dà la colpa alla sua intemperanza e si arriva a incriminare chi è morto. Ci sta bene, perché nessuno cerca di sapere che cosa ci vuole per la propria salute. Camminiamo con le gambe degli altri, salutiamo grazie alla memoria degli altri, e intanto vanno perduti i tesori della natura e le sue lezioni di vita."
Ancora a lungo ci potremmo soffermare sul passato, ma arrivando ora ai nostri giorni, ci sembra stimolante riportare elementi di osservazione di tutti i giorni per tentare una rilevazione e una valutazione della realtà di oggi, considerandola complessivamente insieme a quella di ieri.
In nessun altro periodo della storia si è parlato tanto delle malattie quanto se ne parla oggi. Sentiamo o leggiamo continuamente notizie e discorsi, ai quali siamo ormai tanto abituati, data la loro larga diffusione, che ci appaiono naturali e ci portano a considerare la nostra condizione e la riuscita di tutta la nostra vita legata e dipendente da continui rapporti con l'apparato sanitario: esami clinici, diagnosi e atti terapeutici sembrano essere diventati l'elemento più ricorrente e importante della nostra esistenza.
In farmacia o in delegazione troviamo annunci del tipo: "Una persona su dieci è ipertesa; controllati, potresti essere tu", e persino i bambini sono oggi divenuti oggetto di notizie allarmistiche che inducono a sottoporli a svariati tipi di esami diagnostici. Il medico dice: "La gravidanza della donna, la crescita di un bambino vanno seguite; gli esami periodici sono necessari". L'ufficio di igiene o la scuola invitano e poi obbligano a far vaccinare i figli. L'ospedale obbliga i bambini a subire le terapie e gli interventi codificati dalla medicina ufficiale, contro la volontà dei genitori e contro la volontà dei bambini stessi.
Ma il problema oggi trascende l'operato della struttura sanitaria. A furia di un imbonimento pressante e continuo, la dipendenza dall'intervento della medicina è diventata parte di noi. Anche gli amici e i parenti si preoccupano continuamente di dirci: "Ma come, ancora non hai consultato nessuno?", o rispetto ad un parente ammalato viene ovvia l'osservazione: "Perché non l'hai ancora portato in ospedale?".
L'assicurazione paga un danno a seconda della invalidità che il medico riconosce; per riconoscere l'invalidità, il medico prescrive degli esami di cui non possiamo controllare l'effettivo pericolo, come per ogni altra terapia prescrittaci.
Le riviste, specializzate e non, che parlano di salute, si occupano soltanto dell'espressione finale della malattia: l'allergia, l'angoscia, i problemi renali, ecc.
Sui mass media si promuovono i farmaci come si promuove qualunque altro prodotto di largo consumo: "Per quello che hai fatto e che potrai fare, grazie Aspirina", "L'influenza si perde in un bicchiere d'acqua con Triaminicflu", "Moment e i dolori mestruali passano in un momento", "Buscopan, la quiete dopo il mal di pancia". Pubblicità che sollecitano emotivamente, accattivanti o divertenti, ci stimolano a com­prare farmaci come fossero caramelle.
La "scienza" d'altra parte è sempre pronta a confermare il "progresso" e a rinnovare l'aspettativa di soluzioni che risolveranno tutti i problemi, come è stato ieri per gli antibiotici, come è oggi per le terapie geniche e per i trapianti.
Ma tutto questo è salute? Procede almeno in parte nella giusta direzione per la salute?
L'approfondimento dei mezzi diagnostici, la continua messa a punto delle terapie potrebbero far pensare ad una maggiore competenza e ad una maggiore capacità d'azione nei confronti dell'espressione della malattia; risulta invece che se prima le manifestazioni della malattia erano prevalentemente infettive, e si moriva di tubercolosi e di setticemia, (e non è che oggi non siano più cause di morte), ora sono aumentate le malattie mentali, si muore di malattie cardio-vascolari e di tumori oltre che di incidenti stradali o sul lavoro. D'altra parte lo stesso concetto di progresso, che è parte integrante della ferma convinzione generale, viene continuamente negato dall'informazione medica ufficiale e nei casi eclatanti anche dai mass media: "La fine dei farmaci miracolo. Cresce il numero dei batteri che si fanno beffe degli antibiotici." "Cura il cancro al seno e lo fa venire all'utero." Oppure: "Calcoli, è inutile la metà delle operazioni chirurgiche. " Se ci soffermassimo a raccogliere dai giornali di questi anni tutti i casi di errori e interventi inutili, tutte le notizie di farmaci che sono stati messi sotto accusa, dal Talidomide al Cronassial, dal Bactrim all'AZT, avremmo un quadro terrificante.
Di fatto il progresso risulta essere la scoperta della cura più drastica, intesa come soppressione il più possibile totale della manifestazione del sintomo; è con questa logica che si prescrive e si somministra l'antibiotico più forte per far riprendere al più presto la "normale" attività.
Si ritiene una grande conquista la tecnica chirurgica che è pronta a consigliare e a praticare, spesso senza informarci o addirittura avvisarci, amputazioni in ogni organo o parte del corpo per un sintomo definito incurabile solo perché non c'è abbastanza volontà, capacità o attenzione per curarlo. Si tolgono come fatto normale le tonsille ai bambini, le cataratte ai vecchi, l'appendice a tutti.
La continua scoperta e applicazione di teorie e pratiche nuove, o la riscoperta di pratiche antiche nei fatti ci rende incapaci di una qualsiasi valutazione di noi stessi e della nostra condizione; non abbiamo nessuna capacità nell'affrontare i problemi che ci circondano, di costruire una benché minima azione in grado di determinare in funzione di noi stessi come individui.
Quante volte per noi e per gli altri, siamo ricorsi prima all'attesa dicendoci "in qualche modo si farà", poi al medico o al professore e alle sue terapie pensando "non si può fare diversamente", infine all'ospedale o alla clinica affidandoci alla speranza, ritenendo che "non c'è di meglio da fare di quanto dicono e fanno quelli che hanno studiato la materia e sono specialisti sull'argomento". Un tempo si diceva di una persona per dimostrare che stava bene: "non è mai andata dal dottore", "non sa dove siano gli ospedali", oggi è comune andare dal medico almeno una volta al mese; in Italia ogni persona spende di media ogni anno centinaia di migliaia di lire di farmaci. Le farmacie non sono molto diverse dai supermercati; c'è un rimedio, "naturale" o chimico che sia, per ogni esigenza, ma tutto ciò non ha certo migliorato le capacità dell'individuo dal momento che oggi nessuno sarebbe in grado di sostenere il lavoro che si faceva normalmente 50 anni fa, e che oggi si riconosce che i giovani, considerando la differenza di età, stanno peggio dei vecchi.
Di fronte a una condizione di malattia sempre più generalizzata, complessa e profonda viene considerato come massimo sviluppo del progresso e delle proprie capacità la possibilità di discutere formalmente il miglior modo di curarsi; non si discute mai del miglior modo per non ammalarsi.
Discutiamo se è migliore questa o quella medicina, questo o quel medico, e poiché c'è sempre più di un ospedale, più di un equipe chirurgica pronta a curarci e operarci, pensiamo che scegliere la migliore sia quanto di meglio si possa fare.
Non ci si preoccupa di conoscere l'origine e il significato della malattia, ma di trovare una risposta esteriore che più ci convince al momento, e che soprattutto ci giustifichi agli occhi di chi ci circonda.
Eppure ognuno di noi può osservare che un animale che vive tra noi e che quindi divide con noi la stessa realtà negativa, possiede ancora delle minime capacità per autoregolarsi, che noi esseri "evoluti" non abbiamo o abbiamo perse; un animale ha ancora un istinto che gli permette di scegliere questo o quello, per riconoscere cosa gli è utile e cosa dannoso. Un cane per esempio sa scegliere l'erba giusta per guarire quando è ammalato.
L'uomo, che è presente sulla faccia della terra da milioni di anni, oggi non è in grado di comprendere e risolvere all'origine nella sua causa prima, nessuna sua disfunzione.
Tutto ciò è da accettare con rassegnazione e preoccupandosi al massimo di rattoppare i guasti?
Viene anche da domandarsi, se è vero che l'umanità esiste da tanto tempo, in quali altri modi avrà risolto in tempi remoti i suoi problemi, dove tutta questa esperienza sia finita e se tutto il cammino dell'uomo possa essere considerato progresso, dal momento che a quanto sembra bisogna sempre ricominciare daccapo per costruire una sia pur minima condizione di equilibrio, e dal momento che l'uomo è sempre più incapace di agire in funzione di se stesso.
Di fronte a questa realtà, la conformazione sociale che ci circonda e che accettiamo con naturalezza e senza riflettere, appare sempre alla ricerca di nuove apparenti risposte: così sono state create una medicina del lavoro per dare una risposta ai problemi del lavoro, la psicoanalisi e l'igiene mentale per raggiungere un "equilibrio" psichico, la psicosomatica per risolvere i problemi indotti dalla brutale separazione precedentemente fatta fra corpo e psiche, la bioetica per porre dall'esterno i "giusti" limiti all'azione della scienza medica, e si potrebbe continuare per chissà quanto, come se l'uomo non fosse un tutto corpo e psiche, come se l'etica non dovesse essere un fatto intrinseco ad ogni attività umana e quindi anche alla medicina, e come se il fare i conti con la realtà quotidiana in tutti i suoi aspetti e in ogni giorno fosse un problema, anche se collegato e dipendente, comunque sempre separato e distinto dal mantenere un equilibrio mentale e fisico.
Comunque sia si affrontano sempre gli effetti dei problemi e mai i problemi in sé per come sono, nella loro essenza.
Dappertutto si parla di stress, di condizioni stressanti come effetto della civiltà e si tengono addirittura congressi per dimostrare che si cercano delle soluzioni. Ma che tipo di soluzioni si cercano? Anni fa un congresso di farmacologia tenutosi a Firenze si è aperto all'insegna della ricerca per i farmaci anti-stress, anti-dolore, anti-ansia; addirittura la ricerca della felicità si fa risalire a una sostanza chimica, sorreggendo queste affermazioni con improvvisate teorie (come quella delle endorfine) come si può leggere in questo trafiletto stralciato da un giornale d'informazione per medici: "Nel cervello esistono le antenne o recettori dell'ansia, il cervello fabbrica una sostanza chiamata gamma, che li blocca. Ma come stimolare la formazione di questa sostanza, e eliminare lo stato ansioso ? E’ un problema aperto, così com'è aperto il problema del come indurre il cervello a fabbricare la endorfìna, o sostanza che toglie il dolore e dà gratificazione, felicità, estasi. Il cervello sino ad oggi ci era parso disponibile solo come fonte di pensieri, di memoria e di ormoni. Oggi offre queste nuove prospettive, è in grado di fabbricare sostanze speciali attive contro l'ansia o contro il dolore, e già si intravede la possibilità di trovare un metodo educativo selettivo che consenta all'uomo di evitare l'ansia, il dolore e anche la depressione, perché quest'ultima è anch'essa legata a molecole cerebrali che si ancorano alle cellule cerebrali. "
Ma può essere una sostanza la risposta allo stress e al dolore? Dobbiamo ricorrere a sostanze o dobbiamo porci il quesito dell'eliminazione dei fattori nocivi?
D'altra parte, quando qualche critica viene mossa all'uso dei farmaci, al massimo vengono proposte in alternativa altre tecniche riequilibratrici: training autogeno, yoga, macrobiotica, ecc.
Ancora una volta tutto ciò è qualcosa fuori di noi, esterno a noi, alla nostra realtà, alla nostra naturalità.
Dal canto nostro ci limitiamo ad essere "pazienti", nella parola e di fatto; l'atteggiamento che assumiamo nei confronti di noi stessi è passivo in tutto: non solo lo è in quanto siamo stati poco attenti a quanto necessario per la nostra naturalità, per cui ci siamo ammalati, ma riteniamo di dover avere un atteggiamento passivo anche quando siamo obbligati a curarci: in quest'ultimo caso non soltanto altri decidono per noi, ma riteniamo di dover essere obbedienti; valga per tutti l'esempio della visita in ospedale: tutti in pigiama, ben composti, in attesa dell'arrivo del primario, in silenzio. La passività è richiesta come primo elemento anche per curarsi.
Di fronte a tutto questo si pone una alternativa, ci vogliamo porre qualche domanda, a cui ognuno può rispondere innanzi tutto a se stesso, senza aver studiato, oppure vogliamo lasciare che tutto il nostro comportamento e tutto ciò che facciamo serva solo a giustificare ai nostri occhi la realtà in cui al massimo possiamo sopravvivere e non senza dolore, pronti a considerare come la miglior cosa possibile tutto quello che abbiamo scelto di fare, sia nei nostri confronti che dei nostri familiari, di qualsiasi tipo siano le conseguenze; disposti anche a dimostrare che abbiamo speso in soldi più di quello che potevamo permetterci, per combattere l'espressione sintomatologica della malattia pur di non affrontare il problema nelle sue cause?
È questo il lavoro di rilevazione da fare nei confronti di ciò che ci circonda per poter aprire un dibattito, o serve qualcosa d'altro?
Quali esperienze dobbiamo riportare e collettivamente confrontare per poi poter valutare e rispondere?
Cosa vogliamo considerare come terapia, l'elemento che sopprime il sintomo, o la ricerca della possibilità di modificare gli elementi causanti la condizione in cui viviamo?
Diamantine Raccah

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