Nel “progresso” della scienza e della medicina c’è posto anche per l’uomo?

QUADERNI   DI    ARCHIVIO   SALUTE N° 5 OTTOBRE 94
Nel "progresso" della scienza e della medicina c'è posto anche per l'uomo?

Da qualche decennio a questa parte siamo sempre più spesso costretti a sottoporci ad una terapia per dei disturbi più o meno gravi causati da altre terapie precedenti. La cosa sconcertante è che appare sempre più normale accettare che, se una terapia ha causato un danno, è sufficiente trovarne un'altra per ripararlo. Tale convinzione è posta come frutto di un ragionamento logico, non ci sfiora il dubbio che siano sbagliati i presupposti di fondo o perlomeno i concetti di base che guidano la terapia. Si affronta una conseguenza con la stessa leggerezza, abitudine, irresponsabilità che l'ha causata, andando incontro il più delle volte ad un'altra conseguenza e così via fino alla bara, concludendo una esistenza che non ha conosciuto non solo capacità di giudizio, ma neppure un minimo di riflessione. D'altro canto ogni volta la conseguenza è considerata come pura e semplice sfortuna e la risposta è la speranza nel nuovo farmaco, nel bravo professore, nella riuscita dell'intervento chirurgico, oppure le preghiere in chiesa. Eppure tutti si sentono partecipi della civiltà e del progresso della scienza, tutti si sentono superiori ai "selvaggi" non civilizzati o ai loro antenati creduloni, superstiziosi, presi in giro dagli stregoni, ma sono realmente superiori? Non si comportano forse allo stesso modo?
Questo comportamento è identico all'interno di qualsiasi livello sociale e culturale, o forse dovremmo dire che più il livello sale più si pensa in questo modo; non è strano infatti che un medico si comporti di fronte alla malattia allo stesso modo di qualsiasi altra persona? Anch'egli cerca la soluzione in modo fideistico e cerca un altro medico per curare se stesso.
Visto che il comportamento di fronte al problema malattia è uguale a tutti i livelli dobbiamo pensare che quel comportamento non dipende dalla mancanza di conoscenza, oppure che quella che viene considerata generalmente conoscenza in realtà non lo è; se non fosse così dovrebbe esserci una differenza di comportamento tra chi sa e chi non sa.
Tutti sono convinti che: "L'elemento fondamentale della medicina è la terapia. La malattia è un problema, e la terapia è la risposta che il medico dà a questo problema".
11 fatto che la medicina usi oggi, a differenza del passato, in maniera massiccia la chirurgia, i chemioterapici, gli antibiotici, gli ormoni ed una infinità di prodotti chimici di sintesi, porta tutti ad affermare la realtà di un grande progresso e l'esistenza di una scienza medica che si perfeziona sempre di più. Anche in questa affermazione generalizzata non si riconoscono differenze di livelli cosiddetti "culturali". Siccome però non possiamo affrontare in un discorso come questo quali sono le motivazioni interne che spingono da una parte a propagandare questi concetti e dall'altra a sostenerli, ci limitiamo per ora ad affrontare il problema della conoscenza.
Da un punto di vista generale dobbiamo dire che in particolar modo per quanto riguarda la terapia, la cosiddetta scienza medica è basata esclusivamente sul metodo empirico, sull'esperimento. Quasi non esiste nella terapia un criterio razionale, qualche conoscenza, qualche considerazione su cui si possa costruire nella pratica, non esistono principi. Sarebbe invece logico pretendere che insieme alla cosiddetta diagnosi sia già dato un ragionamento dal quale scaturisce la terapia. Non sfiora la mente di nessuno la considerazione che mentre la malattia è un fatto che appartiene all'uomo, nasce e si sviluppa dentro di esso, al contrario, nella terapia, si opera con sostanze esterne più o meno complesse, più o meno artificiali, quando non sono addirittura artificiose.
Nessuno, medico o no, scienziato, tecnico o ammalato si pone il problema della natura della malattia, essa è considerata solo negativamente come una deviazione dalla norma, un impedimento da rimuovere, un guasto da riparare per rimettere in moto il meccanismo.
Si accetta passivamente il fatto di considerare i processi del corpo umano, i processi fisiologici e i processi di malattia come identici a quelli che avvengono all'esterno e che vengono osservati con superficialità.
Eccone un esempio: vedo muoversi le spighe di un campo di grano, ne ricerco la causa: sono degli uccelli che beccano il grano. Apparentemente ho osservato tutto ciò che c'era da osservare, in realtà ho visto soltanto una trasmissione di movimento dagli uccelli al grano, senza capire né l'essenza dei due elementi, né i rapporti che li legano, cioè perché agli uccelli piace il grano, perché il grano non cresce dentro i ricci come le castagne per non essere mangiato indiscriminatamente dagli uccelli. Ho dato insomma una risposta che solo apparentemente è soddisfacente, non vedo al di là della punta del mio naso.
Ancora: se voglio eliminare il problema del grano che viene mangiato, osservando le cose così come le ho osservate, cercherò di eliminare gli uccelli. Ma sono sicuro che la loro presenza sia negativa? E' vero che mangiano del grano, ma se mangiassero anche delle cose nocive non tanto per quel grano, quanto per le coltivazioni di grano in generale? Cioè se mangiassero dei parassiti che rovinano le colture, potrebbe essere logico perdere del grano oggi in funzione del futuro.
Questo esempio mostra soltanto due aspetti visti con una particolare angolazione; nell'uomo, così come nella natura che lo circonda, gli aspetti sono infiniti e il non considerarlo ci fa vivere una vita di conseguenze, un anno ci sono gli uccelli, li scaccio e come conseguenza appaiono i parassiti, uccido i parassiti e il terreno si riempie di pesticidi, come conseguenza nascono dei parassiti resistenti ai pesticidi, cambio metodo ed il terreno si impoverisce troppo, e così di seguito in una corsa senza fine, giustificando ogni volta la mia incapacità a risolvere il problema con la costruzione di discorsi scientifici che a loro volta dimostrano il progresso. A questo punto il risultato assurdo è che più incapacità dimostro nel risolvere problemi, più discorsi "scientifici" faccio, più progredisco. Di fronte a tutto questo la mia condizione non cambia, è naturale, e allora accetto il soccorso della religione e della chiesa che giustificano la mia vita assurda, completamente vuota e la mia morte.
Lo stesso modo di procedere nella medicina: un insieme di sindromi, di segni, di disturbi, di limitazioni, io medico faccio una diagnosi: polmonite. L'osservazione (sempre alla punta del naso) ha dimostrato che in una tale situazione vi sono nel polmone dei microrganismi. A questo punto (come prima gli uccelli) per me questi sono la causa della malattia. Già nella diagnosi, attraverso relazioni di cause fisiche e cliniche, si ricerca l'elemento estraneo, per cui la malattia non è più nell'uomo, ma viene dall'esterno, come la punizione di Dio. I selvaggi che questo lo dicono chiaramente sono incivili, io che lo nascondo dietro l'apparente ricerca concreta, sono l'uomo dell'anno 2000. Infatti nell'osservare e nel trattare la malattia il problema non è mai l'uomo, ma qualcosa ad esso esterno, il microbo, le condizioni atmosferiche, l'alimentazione (come se non fossi io ad alimentarmi).
Tornando alla polmonite, si sono scoperte (generalmente per caso) delle sostanze, ad esempio i chemioterapici, che interferisco­no nei processi biochimici dei microrganismi. Si somministrano tali sostanze e si constata la soppressione dei sintomi. Il "ragiona­mento logico" è questo: la polmonite è provocata dai microrganismi; il chemioterapico inibisce la loro vita e quindi guarisce la polmonite.
Rimane assolutamente oscuro in quale relazione stia la natura della polmonite con l'uomo che ne viene colpito, quale relazione esista tra il chemioterapico, come elemento esterno, artificioso, con la natura dell'uomo. Le conseguenze? Alcune sono note e vengono sistematicamente ignorate, cioè gli effetti collaterali immediati del farmaco, altre, quelle che possono venir fuori dopo anni, o che provocano danni profondi, non avvertibili alla superficie con sintomi e segni, non si conoscono affatto. Dopo anni vengono fuori problemi apparentemente diversi che sono affrontati nello stesso modo, e così via fino alla fine dell'esistenza.
Naturalmente se al chemioterapico si sostituisce la sostanza apparentemente naturale, cioè erbe, preparati minerali, preparati diversi, l'impostazione cambia soltanto in qualche elemento, la sostanza del problema rimane la stessa.
Sono elementi di conoscenza questi? Sembrano in effetti soltanto riflessioni su cose che anche un bambino sa perché le vede ogni giorno.
Molto prima che la crisi acuta della malattia si manifesti, l'uomo non aveva più il suo equilibrio, non esisteva più l'armonia all'interno del suo corpo. Apparentemente "sano" (come gli altri), poteva condurre una vita "normale" o quasi normale (fare quello che fanno gli altri), poi sono arrivati disturbi funzionali veri, leggeri malesseri, piccoli dolori, stanchezze senza motivo. Poi i sintomi sono diventati più evidenti, il disaccordo tra gli elementi del suo essere è apparso più chiaramente; solo alla fine viene fuori quella che è chiamata malattia, l'impedimento che fa correre ai ripari. Ma un uomo non si ammala mai bruscamente, né di colpo. Le cause si accumulano prima a lungo per poi manifestare il loro effetto.
Lo stadio dell'accumulazione normalmente si prolunga per moltissimo tempo, può sfociare in una crisi acuta o trasformarsi in malattia cronica meglio localizzata.
Ebbene se questo è vero, e nessuno può dire il contrario, come si può ragionevolmente pensare che la somministrazione di una o più sostanze, un intervento chirurgico, o qualsiasi intervento particolare di breve tempo possa riportare le cose come erano prima?
Eppure tutti, dall'analfabeta allo scienziato credono che questo sia possibile: con il progresso delle conoscenze e delle terapie, il miracolo oggi non deve essere fatto più dal santo, ma dalla pillola, dal bisturi, dalla macchina, dall'esperto. E' tutta qui la nostra civiltà? La nostra apertura mentale? La nostra conoscènza scienti­fica?
Qualcuno si è posto, in effetti questo problema ed ha scoperto che è meglio prevenire la "malattia", cioè la crisi che limita, ed allora sono stati costruiti e si costruiscono gli esperti della prevenzione che fanno in modo che fuori non si vedano i danni che ci sono dentro, l'importante è che dalla culla alla tomba si sia in movimento ognuno come tutti per esplicare le funzioni "normali".
Ma per ora fermiamoci alla terapia che risponde alla concezione moderna, che è valida qualsiasi cosa basta che sia sperimentata. Il concetto non è sbagliato, altrimenti si può credere a tutto, dei, diavoli e acqua santa, ma vogliamo un attimo vedere cosa significa sperimentare? Come sperimentare ed in funzione di che cosa? Oppure è sufficiente la giustificazione di aver sperimentato per proporre qualsiasi assurdità? Perché nessuno si pone questo problema? Eppure non sembra tanto inutile in una realtà in cui la cosa fondamentale è la "ricerca" "scientifica", cioè l'esperimento e la sperimentazione.
"La sperimentazione umana è di fatto indispensabile al progres­so della medicina"; a guardare le cose come sono oggi di fatto sembra però che di sperimentazione ne sia stata fatta tanta e di progresso ben poco.
Si racconta che i re di Persia e di Pergamo concedevano ai medici i condannati a morte, perché li sottoponessero a vivisezione per capire i problemi della vita e della morte, e quindi li usavano come cavie per provare l'azione dei veleni e dei controveleni.
Durante il Rinascimento fu concesso al medico Falloppio di somministrare ad un condannato a morte grandi dosi di oppio per vedere se aveva effetto sulla malaria, malattia di cui era affetto il condannato.
Non sempre la sperimentazione sugli animali di laboratorio è sufficiente per giustificare un atto terapeutico, e per questa ragione negli ospedali di tutto il mondo si svolgono in continuazione sperimentazioni cliniche, chirurgiche, diagnostiche, terapeutiche, ecc., sotto la bandiera del progresso scientifico.
Logici dunque, nel supremo interesse della scienza, gli esperi­menti sull'uomo, dopo averli fatti sugli animali.
D'altro canto gli esperimenti più significativi e più visibili del nostro secolo sono stati fatti nei campi di concentramento nazisti, come quello di Dachau nel 1942 dove 80 su 200 detenuti morirono perché posti in un'atmosfera povera di ossigeno per saggiare la resistenza dell'uomo alle alte quote, in un altro esperimento ne morirono 90 su 300 perché immersi nudi o vestiti in acqua gelata. Davanti a questo tutti inorridiscono, senza pensare che ogni intervento chirurgico è un esperimento, visto che in nessun caso non esiste pericolo di morte e ci si fanno le statistiche.
Si dice che l'intenzione negli esperimenti è sempre lodevole perché lo scopo dichiarato di ogni ricerca è quello di conoscere meglio una funzione del corpo umano, l'azione di un farmaco, il meccanismo di una malattia, una "coraggiosa" (da parte di chi?) tecnica chirurgica; il problema è sempre lo stesso, vogliamo giudicare dai risultati? E non solo, per fortuna nessuno si pone questi problemi, altrimenti non ci sarebbero più uomini-cavia; chi è disposto coscientemente ad entrare in ospedale per far studiare gli altri?
Anche sugli esperimenti in ospedale esistono casi eclatanti e tali da muovere a compassione (a parole e basta) tutti i benpensanti, in Inghilterra 32 bambini nati prematuramente sono stati sottopo­sti per 15 giorni in incubatrici ad alta concentrazione di ossigeno per accertare se tale condizione favorisce la fibroplasia retrolentale, la quale a sua volta porta alla cecità perinatale. Si è avuta la conferma: "8 bambini hanno sviluppato la cecità irreversibilmente in entrambi gli occhi; 2 in un occhio". La prova della dannosità dell'ossigeno è stata raggiunta, e allora? Cosa sarà stato raccontato ai genitori? Che la cecità era congenita, forse.
A questo si risponde che non avremmo il vaccino antirabbico, se Pasteur non avesse inoculato la rabbia in un giovane, non avremmo la vaccinazione antivaiolosa se Jenner non l'avesse praticata al piccolo Phillips; non avremmo il siero antidifterico se Behering non l'avesse sperimentato sull'uomo con audacia (e certo, il coraggioso è stato lui, non i "pazienti"; il rischio chi l'ha corso?); comunque a parte che non è vero che non sarebbero esistiti, siamo veramente sicuri che i vaccini siano benefici per l'uomo? C'è chi dice che sono addirittura dannosi, tutti comunque riconoscono che sono pericolosi, perché possono portare l'encefalite, questo vuol dire che la sperimentazione continua, per il progresso, con l'aiuto della scienza più nuova, la statistica.
Molti ricercatori sono più onesti e sperimentano sugli animali da laboratorio, così dicono, ma non è vero. Infatti il talidomide che ha causato tanti danni era stato esperimentato sull'animale, ed ora è stato ritirato, perché ha provocato troppi lutti, quindi ancora una volta la sperimentazione è stata l'uso del farmaco sull'uomo, come d'altronde avviene sempre.
Ma poi serve la sperimentazione sugli animali? Gli sperimentatori dicono che non avremmo farmaci senza animali da laboratorio, perché non ne conosceremmo la tossicità.
In effetti sembra il contrario, visto che l'animale non è l'uomo, che sostanze tossiche per gli animali sono innocue per l'uomo e viceversa. Alimenti e veleni sono convertibili secondo la specifica natura dei differenti animali, per cui un alimento può divenire veleno ed un veleno divenire alimento.
Cavie e scimmie sopportano la stricnina, mortale per l'uomo; il porcospino si nutre tranquillamente di cantaride, pericolosissima per l'uomo; i topi sono immuni da difterite; la morfina provoca sonno e vomito ai cani, mentre eccita i gatti; il velenosissimo fungo ammannita falloide è un ottimo alimento per i conigli; i gatti mangiano senza danno il .vetro polverizzato, i polli il calcinaccio; il prezzemolo uccide i pappagalli; l'aspirina causa nascite deformi nei gatti, mentre nell'uomo provoca soltanto l'ulcera; i sulfamidici provocano il gozzo nei gatti, mentre nell'uomo possono provocare sordità; le cavie sono fulminate dalla penicellina; mentre per decenni non è stato usato in anestesia l'etere perché il gatto ne moriva e il cloroformio perché è tossico per i cani.
Su questa linea, dopo la sperimentazione sugli animali sono stati messi in commercio, tra gli altri, il Paracetamol (un analgesico che ha fatto finire in ospedale, e tutte insieme, 1500 persone), il Talidomide (10.000 bambini focomelici), l'Isoproterenol spry (che ha ucciso migliaia di asmatici), l'Orobilex (che ha causato danni renali mortali), il Metaqualone (uno psicofarmaco che causò squilibri mentali, di cui centinaia mortali), il Mel/29 (che causò cataratta), il Cronassial (un farmaco per neuropatie periferiche ritirato dal commercio per la sua alta tossicità e per i danni causati)
Si potrebbero scrivere volumi su questo argomento e aggiornarli continuamente con i nuovi farmaci.
Di fronte a questo la risposta è la campagna contro la vivisezione per i poveri animali.
Ancora si può dire che nemmeno la sperimentazione sull'uomo è valida perché dipende dalle sue condizioni. Ad esempio l'effetto sedativo dei principali tranquillanti non funziona con gli schizo­frenici; molti ipotensivi non agiscono su tutte le persone ipertese, come non fanno abbassare la pressione alle persone normali, ecc. In questo contesto la ricerca è ampiamente sviluppata e finanziata per la legge del consumo, si ricerca la possibilità di lanciare sul mercato sempre nuovi farmaci, e chiunque sia in grado di costruire una giustificazione è pagato.
Queste non sono cose sconosciute o per le quali siano necessari studi approfonditi, appaiono ogni giorno sul giornale, ogni studente di medicina le studia all'università.
Allora sorge l'ultima domanda: con quale criterio il malato va dal medico, e con quale criterio il medico continua a fare il medico ed a sostenere il suo ruolo?

Leave a Reply

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi