La scienza medica dà certezze?

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N° 10 APRILE 99
 
 
La scienza medica dà certezze?

Nel corso della storia dell'uomo, in ogni epoca, si è cercato di creare l'idea di una entità che al di sopra di tutto e di tutti potesse fornire certezze, al fine di giustificare e dare significato alla condizione di vita sociale, culturale ed economica. Qualunque essa sia stata, dal totem alle divinità dell'Olimpo, dalle forze della natura alla divinità monoteista, questa entità è sempre stata utilizzata dal potere costituito per giustificare le proprie scelte in nome di una volontà superiore. Un esempio per tutti: l'imperatore in Oriente e poi l'imperatore romano, definendosi incarnazione terrena della divinità, governava per diritto divino, il suo potere circondato di un'aureola di venerazione religiosa poteva essere assoluto. Oggi una parte dell'umanità, ritiene di essersi liberata da qualunque mito che in qualche modo possa condizionare il libero arbitrio della ragione. La stessa religione che per tanti secoli ha resistito, si sente minacciata nel suo ruolo di guida super partes, poiché vivendo ormai in un villaggio globale in cui le religioni sono tante, diverse, e comunque alla pari, su quali basi si potrebbe scegliere il cristianesimo piuttosto che l'islamismo o il buddismo? D'altro canto ci sono stati popoli che hanno testimoniato di poter vivere per decenni senza religione, per cui la religione risulta non più indispensabile, neanche da un punto di vista etico. Dunque, sembrerebbe che finalmente l'umanità manifesti la tendenza ad affidare solo alla propria logica, alla propria ragione e alla propria etica quelle scelte che condizionano l'assetto sociale, economico e politico della comunità a cui appartiene. Effettivamente l'Occidente sembra oggi caratterizzato dalla elevata capacità di critica, infatti, almeno apparentemente, tutto viene messo in discussione e di tutto si discute. Eppure, a ben guardare, anche il nostro tempo ha il suo totem: la Scienza. Nessuno, neanche i pensatori più audaci e rivoluzionari osano mettere in discussione la scienza, tutti si sottomettono al suo giudizio, perché è universalmente accettato senza dubbio alcuno che la scienza è misura della verità, è unanime il riconoscimento della scienza come struttura neutrale contenente una conoscenza positiva che è indipendente dalla cultura, dall'ideologia, dal pregiudizio. La scienza moderna (l'attributo moderna vuole qualificare positivamente il sostantivo, contrapponendola ad una scienza definitivamente superata e priva di attendibilità che è quella che la precede), nasce con Galileo perché è a Galileo che si attribuisce il "metodo", un procedimento di indagine codificato, mediante il quale la scienza realizza il proprio essere e raggiunge il proprio fine che è quello della conoscenza della realtà. Può risultare interessante sapere che la parola "metodo" imposta da Platone e poi da Aristotele nel senso di "ricerca", strategia della investigazione, sia stata anche usata da Plutarco nel senso di "artificio", "stratagemma" o "frode".
Il metodo si articola nelle quattro fasi di osservazione elaborazione di ipotesi deduzione osservazione; ma soprattutto il metodo scientifico richiede all'attività di indagine due caratteristiche essenziali: la riproducibilità e l'oggettività. Sono queste le due caratteristiche che contraddistinguono la conoscenza scientifica: la prima elimina la casualità dall'indagine, ossia nulla può essere lasciato al caso, ma tutto deve essere registrato ed eseguito secondo precisi criteri codificati perché sia possibile la riproduzione; l'oggettività fa della conoscenza scientifica verità, in quanto conferisce carattere di universale al risultato di una indagine, infatti il metodo garantisce la totale indipendenza del risultato da colui che lo applica, o dal luogo e tempo in cui l'indagine è realizzata. L'introduzione della matematica (fornitrice esemplare di certezza) nel procedimento scientifico contribuisce a rafforzarne il concetto di oggettività, in quanto permette di fare previsioni indipendenti e dallo spazio e dal tempo: a conclusione del processo di indagine, la legge matematica sancisce l'universalità di quanto viene affermato. Il termine oggettivo diventa dunque sinonimo di vero, certo, in quanto rappresenta l'indipendenza dal soggetto che ha condotto o che conduce l'indagine, e rappresenta l'universalità ossia la validità per chiunque, ovunque e in qualsiasi momento della conclusione a cui si è arrivati. La scienza moderna sembrerebbe essere dunque una forma di sapere certo quindi unico, assoluto e, pertanto, ogni espressione della razionalità umana deve essere ridotta a razionalità scientifica. Caratteristica essenziale della scienza è dunque l'oggettività: è scientifico solo ciò che può essere oggettivato, così si guadagna l'attributo di neutrale, presupposto indispensabile per non essere messa in discussione. È così che la scienza può essere sostituita al totem della tribù indiana, o alla religione o a quant'altro possa giustificare senza tema di confutazioni, le decisioni che vengono prese. La scienza dunque è giustificativa? La storia della scienza sembra confermare la nostra ipotesi anche per il modo in cui essa procede: quando i fratelli Wright fecero volare il primo aereo, nessuno sapeva come ciò fosse possibile, quali fossero i principi fisici su cui si poteva basare il volo, solo oggi, forse, studiando il volo si conosce qualcosa in più di aerodinamica; la prima macchina a vapore nacque certamente prima dei principi della termodinamica; la corrente elettrica fu utilizzata quando ancora non si sapeva nulla sulla sua natura; insomma, nel suo procedere la scienza sembra non avere autonomia dall'applicazione, dalla tecnologia. La scoperta tecnologica, nasce come risposta ai bisogni dell'uomo, quindi da una precisa condizione storica e sociale; la scienza interviene solo dopo a spiegare il processo su cui essa si fonda, a darne una giustificazione sulla base di leggi e principi oggettivi e dimostrabili. Oggi, in realtà, sembrerebbe che le cose procedano in modo diverso, la scienza sembra procedere come ricerca pura, indagine finalizzata alla sola conoscenza della verità, da essa sembrano poi derivare le applicazioni tecnologiche che si rendono utili al particolare momento storico. Pensiamo ad esempio alla cibernetica, lo studio puro dei meccanismi di reazione del cervello umano di fronte ai diversi stimoli, è stata questa a dare il via alla nascita degli automi, macchine oggi ritenute indispensabili al cosiddetto progresso e alla scienza stessa. Come mai allora la CEE, è di poco tempo fa la notizia, decide di finanziare solo la ricerca scientifica finalizzata, ossia quella che ha già pronta l'applicazione tecnologica? Come procede dunque la scienza? Essa si muove secondo due direzioni, quella giustificativa: ricerca e formula leggi atte a spigare e motivare un processo che è già utilizzato; e interpretativa: interpreta, scompone, seleziona il particolare, descrive un fenomeno, al fine di riprodurlo in un nuovo contesto per essere utilizzato. In entrambi i casi la scienza si preoccupa del come, ignorando totalmente il perché. In altre parole la scienza descrive, riproduce, produce tecnologia, quindi è tecnologia, non conoscenza. Ma esiste un altro aspetto, sempre presente e trasversale ai due precedenti, l'aspetto economico. Analizziamo ad esempio come procede la ricerca nel campo della medicina, o meglio, nel campo della farmacologia. Qual è l'oggetto della ricerca? La malattia e tutti i perché ad essa connessi?
Risposte sempre più efficaci alle malattie? La casa farmaceutica investe avendo come fine ultimo la cura delle malattie? E perché mai in questo caso l'imprenditore dovrebbe avere fini diversi da quelli che sono insiti nella sua natura? Il fine dell'impresa è economico, non può averne altri, altrimenti non sarebbe un'impresa, non sarebbe economicamente valida e non avrebbe alcuna possibilità di resistere alle competizioni di mercato. Infatti anche la casa farmaceutica stabilisce una produzione programmata secondo precisi criteri economici: a) studio di fattibilità: il prodotto è agevolmente applicabile dai medici? b) interesse di mercato: risponde alla domanda di massa? c) garanzie di profitto: è prevedibile una immissione sul mercato che duri nel tempo? Riportiamo un esempio: si procede con una indagine di mercato, si studiano le cause più appariscenti di morte, si nota che un consistente numero di queste è legato ai disturbi cardiocircolatori, e si constata che una parte delle persone che soffrono di questi disturbi sono ipertese. Inizia dunque il processo deduttivo: l'ipertensione causa i disturbi cardiocircolatori, questi a loro volta sono causa di morte, dunque l'ipertensione è un "evidente" fattore di rischio. (È bene precisare tuttavia che il rischio di morte per problemi circolatori in realtà risulta molto basso per gli ipertesi, ma è l'elevato numero di ipertesi tra la popolazione a costituire un fattore di mercato interessante). Questo tipo di ricerca ha condotto a due importanti risultati (per la casa farmaceutica): 1°) individuare un numero "interessante" di morti, tale cioè da creare un giustificato allarme tra la popolazione; 2°) creare un interesse di mercato: il numero elevato di ipertesi fa prevedere un mercato di grande interesse. A questo punto si cerca la sostanza che abbassi il grado di ipertensione, che non provochi a breve termine effetti collaterali eclatanti, e si mette in produzione. Nel frattempo si inizia un capillare lavoro volto a creare una condizione culturale che da un lato giustifichi scientificamente la necessità di distribuire il prodotto a chi è deputato a farlo, cioè ai medici; dall'altro induca l'esigenza "cosciente" in chi dovrà utilizzarli, cioè i pazienti. Partono quindi gli informatori "scientifici", quelli per intenderci che con giacca, cravatta e borsone si incontrano inevitabilmente negli studi medici; contemporaneamente parte una intensa campagna pubblicitaria (più o meno occulta) attraverso i mass media, nei quali è possibile riscontrare un notevole incremento delle rubriche dedicate alla salute, che "scientificamente", ma non troppo, informano e rendono consapevoli delle loro necessità gli utenti-pazienti. A questo punto è tutto predisposto per poter aggredire il mercato avendo creato la possibilità di programmare la produzione, determinare un esatto budget di investimenti e quindi un target di profitti. Dunque la ricerca ha potuto stabilire: primo dato scientifico, oggettivo (certo): l'ipertensione può essere causa di disturbi cardiocircolatori; secondo dato oggettivo: curando l'ipertensione possono diminuire le persone affette da disturbi cardiaci, quindi diminuire il numero di morti. È così che sono stati introdotti sul mercato i famosi calcioantagonisti, indispensabili per ridurre il grado di ipertensione, dopodiché sarebbero dovuti diminuire i pazienti con problemi cardiaci e quindi, come necessaria conseguenza di un ragionamento scientifico, il numero dei morti. Invece a distanza di circa dieci anni si scopre, ma solo nei congressi specialistici, che il numero di morti per malattie cardiache è maggiore proprio in quelle persone che assumono quei farmaci. Allora si potrebbe pensare, come ovvio, che i famosi farmaci vengano immediatamente ritirati dal mercato, invece no, si fanno altri congressi, altrettanto scientifici, nei quali vengono messi in discussione i risultati riportati dai primi. Il risultato è (deve essere) che la distribuzione dei calcioantagonisti va avanti finché non viene ammortizzato tutto il capitale investito e finché non si realizza il monte profitti previsto in partenza. Cosa c'è di scientifico in tutto questo? Niente, se non il metodo rigoroso utilizzato nel creare allarmismo e nel convincerci della oggettività cioè della veridicità della scienza. Se attraverso un procedimento scientifico, oggettivo, dimostro la necessità della scelta, questa non è più contestabile ma è giustificata da una necessità che è al di sopra di qualunque interesse o ideologia o altro. Riassumendo dunque: 1°) la scienza, il metodo scientifico è assoluto, procede con criteri oggettivi, e come tale può essere ed è imposto; 2°) la scienza è giustificativa, interviene solo dopo a rendere oggettive le scelte fatte. Non è difficile constatare che il più delle volte queste scelte sono dettate da esigenze economiche. Ma a chi appartiene la scienza? Chi è che fa scienza? Dove si fa scienza? Nelle Università, nei centri dì ricerca, in strutture statali? Certo, tutti i grandi governi collaborano a grandi progetti, come ad esempio lo studio puro della materia, basti pensare al CERN (Centro Europeo di Ricerca Nucleare – Ginevra), dove scienziati passano la loro vita sotto terra animati dal desiderio onesto (?) di capire la struttura più intima della materia. Questa è scienza pura e gli Stati contribuiscono al suo sviluppo. Cosa pensiamo che accada nel momento in cui si intraveda la possibilità di trarre dallo studio della materia una applicazione tecnologica? Supponiamo che lo studio dell'antimateria conduca alla scoperta di nuovi campi di applicazione tecnologiche, chi si occuperà di attivarle? Lo Stato? Tutt'altro, a questo punto la ricerca passa al privato. Ugualmente il progetto Genoma, la ricerca pura nell'ambito della genetica, è finanziata dallo Stato, ma le biotecnologie, le applicazioni tecnologiche di questi studi spettano invece alle case farmaceutiche, e non può che essere così. Perché? La ricerca tecnologica deve seguire un processo scientifico, occorre sperimentare secondo il metodo scientifico: più volte, su grandi numeri e in diverse condizioni; in modo oggettivo, svincolato dalla soggettività dello sperimentatore, e cioè con macchine altamente specializzate, necessarie e in fase di esecuzione e in fase di elaborazione. La ricerca condotta in questo modo implica enormi costi, d'altra parte se una ricerca è fatta a costo zero non può essere scientifica perché ovviamente non potrebbe rispondere a quei requisiti di oggettività che le vengono richiesti. Fu questa la principale causa di opposizione alla fusione fredda: ai due ricercatori venne contestato il fatto che essendo stata eseguita con mezzi poco costosi, addirittura rudimentali, non poteva avere alcuna validità scientifica, perché non eseguita con criteri rispondenti alla oggettività, oggettività realizzabile solo attraverso strutture e macchinari molto sofisticati e quindi costosi. È per questo che la ricerca tecnologica può essere fatta solo da privati, tecnologia vuol dire mezzi di produzione, questi costituiscono la parte irrinunciabile della proprietà privata nel nostro sistema economico, sono i mezzi di produzione infatti che controllano l'assetto economico e sociale di una comunità. La scienza dunque è il mezzo ideale per giustificare la necessità di una economia basata sulla grande impresa. Ad esempio nel campo della farmaceutica non passerà molto tempo che saranno promulgate leggi e regolamenti perché sia vietato l'uso di sostanze non raffinate, in quanto non testate scientificamente. Considerando che per una buona raffinazione di una sostanza occorrono investimenti enormi, le piccole aziende a gestione autonoma saranno destinate a soccombere. Nessuno però metterebbe in discussione la scelta, in quanto dettata da considerazioni scientifiche volte a salvaguardare la salute del cittadino.
In omeopatia è già da tempo vietato l'uso di prodotti di derivazione umana, se si considera che un consistente numero di rimedi omeopatici è di derivazione umana, e che questi stessi rimedi sono utilizzati da decine e decine di anni, si può comprendere che il motivo del divieto è una esigenza di mercato. D'altra parte i prodotti di sintesi, che danno maggiori garanzie di purezza e precisione nella dosabilità, necessitano di enormi cifre sia per la produzione, ma soprattutto per la sperimentazione prima di essere immessi sul mercato, ciò vuol dire che solo poche aziende possono produrli. Le scelte tecnologiche determinano le scelte dei mezzi di produzione, dunque condizionano l'intera società, è per questo che esse devono essere giustificate in modo incontrovertibile; se a giustificarle è un'esigenza scientifica, nessuno oserà metterle in discussione, perché la scienza è indiscutibile in quanto neutrale e priva di interessi.
In conclusione la scienza è una ed assoluta perché è oggettiva, il carattere dell'oggettività le conferisce la neutralità, e paradossalmente proprio per questo può essere imposta, perché non può essere messa in discussione. La scienza è giustificativa, è utilizzata per giustificare in modo inconfutabile le scelte fatte. Tutto può essere giustificato scientificamente, tutto può essere reso "scientifico", e così nascono la scienza economica, la scienza dell'educazione, la scienza dell'alimentazione, e così via. C'è un gran proliferare di scienze che permettono di giustificare qualunque cosa: le scelte economiche, le scelte nel campo educativo, le scelte alimentari, ecc.; il tutto scientificamente inappellabile. L'uomo e tutte le sue attività devono essere rese oggettive ossia controllabili; la soggettività si contrappone all'oggettività in quanto induce sicuramente in errore, quindi meglio non ragionare se non si vuole sbagliare.
Per la gravità delle conseguenze di quanto appena affermato è necessario fare qualche riflessione a proposito delle cognizioni scientifiche e, pertanto, correlativamente anche a proposito della "verità" delle teorie scientifiche.
I risultati della ricerca storica mettono in seria difficoltà l'idea di un metodo che contenga principi fermi immutabili e assolutamente vincolanti come guida nell'attività scientifica. Al contrario la verità scientifica è periodicamente rivoluzionata. Troviamo infatti che non c'è una singola norma, per quanto plausibile, che non sia stata violata in qualche circostanza, anzi risulta che tali violazioni sono state necessarie per il “progresso scientifico". Ricordiamo solo alcune delle grandi rivoluzioni scientifiche: dopo Aristotele e Tolomeo l'idea che la Terra si muova, quella strana, antica e ridicola opinione pitagorica, fu gettata nell'immondezzaio della storia, per essere richiamata in vita solo molto più tardi, da Copernico. Lo stesso Galileo, che aveva dinanzi a sé la visione copernicana, molto migliorata, delle idee pitagoriche, ritiene la teoria copernicana una "violenza" al senso della ragione. Newton, artefice indiscusso del determinismo, causalità – effetto, ha segnato la svolta rivoluzionaria dalla fisica aristotelica dell'evidenza, del senso comune, alla fisica della consequenzialità logica. Einstein mina nei suoi fondamenti la fisica classica mettendo in discussione i paradigmi di spazio e tempo assoluti. Plank e la meccanica quantistica rivoluzionano il determinismo newtoniano introducendo il concetto di probabilismo. Ma anche la chimica, la biologia, tutte le scienze in genere sono costellate da "rivoluzioni", tappe significative del loro processo evolutivo. Le rivoluzioni delle scienze naturali in genere non trovano ostacoli o scetticismo nella società comune, dal momento che esse portano limitati cambiamenti nella vita di tutti i giorni, anzi diciamo pure che esse sono dai più totalmente ignorate. Se sia più accettabile la teoria ondulatoria della teoria corpuscolare della luce poco cambia nella vita del "signor Rossi". La stessa cosa non si può dire per quelle scienze che hanno una correlazione più diretta con il "signor Rossi", prime fra tutte la medicina. Anche la storia della medicina è tuttavia segnata da tappe rivoluzionarie, dalla penicillina ai vaccini, dai sulfamidici agli antibiotici, dal salasso ai trapianti, e ogni giorno i mass media ci comunicano la nuova scoperta che ci salverà da tutte quelle (troppe) malattie delle quali ancora in realtà non si sa assolutamente niente. Oggi ci dicono che si è scoperto un nuovo farmaco, soluzione definitiva nella lotta contro una particolare malattia, ieri avevamo sentito la stessa cosa e per la stessa malattia. La cosa si ripete troppo spesso, che cosa significa? Se "il signor Rossi" seguisse attentamente tutte le vicende della medicina, tutti gli osannati progressi, avrebbe qualche legittimo dubbio circa l'effettiva efficacia delle cure che gli vengono proposte, oppure avrebbe 270 anni !
La scienza dunque si avvale di certezze limitate nel tempo, di quale verità si parla allora? Di quale scienza? Ebbene, nascono allora teorie atte a definire il concetto di verità, (anche sulla definizione stessa della verità occorre fare chiarezza!): la teoria della verità come coerenza, per cui è vero o è falso ciò che è o non è in accordo con un sistema di altre credenze; la teoria della verità come evidenza, cioè è vero ciò che è notoriamente vero; la teoria pragmatistica della verità, per cui un'idea è vera in quanto è efficace; infine la teoria classica di verità, per cui una idea è vera in quanto corrisponde alla realtà. Quest'ultima definizione di verità, del resto quella alla quale tutti siamo più affezionati, oggi nel campo scientifico viene soppiantata dalla più accettabile (diciamo noi più conveniente), teoria della verità come coerenza.
Infatti gli storici della scienza, preso atto delle continue rivoluzioni scientifiche, sono portati a concludere che è possibile verificare la veridicità di una scienza, solo se considerata nel suo tempo. La dinamica Aristotelica o la chimica del flogisto o la termodinamica del calorico, tutte teorie accettate come veritiere per lungo tempo ma oggi totalmente superate, non devono essere considerate meno scientifiche di quelle oggi accettate, in quanto coerenti con il sistema di conoscenze del loro tempo. Se infatti queste conoscenze dovessero essere considerate miti, allora vorrebbe dire che i miti possono scaturire da quegli stessi metodi, da quelle stesse ragioni che oggi guidano la ricerca scientifica. Se d'altra parte esse meritano il nome di scienza, allora la scienza ha incluso un insieme di credenze incompatibili con quanto oggi definiamo scientifico. L'unica via possibile rimane quella di contestualizzare la scienza, riconoscere come verità ciò che è coerente con l'insieme delle conoscenze del tempo. Di tutto questo filosofico ragionamento a noi interessa il significato che esso assume nel concreto, e cioè che è implicito nel concetto stesso di verità, che la verità di oggi non necessariamente è la stessa di domani. Ciò significa che quello che oggi ci viene propinato (imposto) come assoluto, come scientificamente certo, domani potrebbe rivelarsi un bluff. Con quali conseguenze? Ma ancora, quali certezze offre la scienza? Analizziamo qual è il significato di un risultato certo, da un punto di vista del metodo scientifico. È implicito proprio nel metodo di indagine scientifica, l'impossibilità di raggiungere la certezza, o anche che il certo non può esserlo in assoluto. Proprio per come è eseguita l'indagine scientifica, il certo è, e deve essere, soggetto a un margine di errore. Da un punto di vista scientifico una misura, un risultato non può essere assoluto ma deve essere reso con una percentuale di incertezza (= errore). Il concetto di risultato certo, in ambito scientifico, è che esso risulta confermato per una soddisfacente probabilità di volte. Il margine d'errore è funzione della sensibilità (= costo) dello strumento utilizzato. In pratica che cosa vuol dire? Nel campo farmaceutico l'errore corrisponde al numero di pazienti sui quali il farmaco non ha l'effetto desiderato, mentre potrebbe avere l'effetto indesiderato e cioè l'effetto collaterale, più o meno grave. Il margine di errore, che è scientificamente previsto, è quello per cui se tu muori per effetto collaterale, o se quel farmaco su di te non ha alcun azione positiva, quindi è inefficace, e se il tuo caso rientra nella percentuale di errore prevista, è tutto regolare, il tuo non è un caso, la tua morte non modifica in alcun modo le certezze della medicina. Si afferma che una terapia è valida dal punto di vista scientifico quando in una certa percentuale di casi ottiene risultati soddisfacenti. Questo significa che ogni qualvolta ci sottoponiamo ad una terapia abbiamo una certa probabilità di guarigione. Supponiamo che la percentuale in questione sia del 70%, percentuale ragionevole, se non addirittura alta, nella maggioranza dei casi. In sostanza la sperimentazione della terapia ha avuto esito favorevole in 70 persone su 100. Che ne è stato delle altre 30 persone? Se dovessi sottopormi a quella terapia mi troverei tra le fortunate 70 o tra le 30? Nessuno saprà rispondere a questa domanda. Dov'è allora la certezza scientifica? Insomma è come giocare al lotto, solo che in questo caso difficilmente potrei ritentare. La situazione si aggrava ancora di più se consideriamo che le percentuali in questione vengono fuori in situazione di sperimentazione, ovvero in situazioni particolarmente privilegiate, per il personale altamente qualificato che è utilizzato, per le strutture certamente controllate, per l'attenzione particolare che viene riservata ai casi trattati, sia per i continui controlli a cui sono sottoposti, sia per le particolari "cure" che merita l'oggetto di studio. Cosa succede quando invece la terapia diventa di routine, quando il malato è anonimo tra tanti, quando le strutture sono quello che ogni giorno ci raccontano essere, quando il rischio di errore per disattenzione aumenta notevolmente, perché non si sta conducendo una ricerca, non ci si pone con interesse scientifico nei confronti delle proprie azioni? Non c'è dubbio che i numeri devono scendere, non più 70% ma un valore certamente inferiore, di quanto dipende da troppe variabili per poter essere calcolato con precisione "scientifica", noi riteniamo ottimistico il 30%. Le certezze diminuiscono. Se l'aggettivo scientifico per la medicina viene utilizzato come sinonimo di certo, ci sembra piuttosto azzardato.
Il progresso scientifico, le nuove tecnologie, hanno permesso l'uso in campo terapeutico di sostanze di sintesi, che costituiscono, a parte gli interventi chirurgici, l'unico modo di intervenire della medicina. Di queste sostanze si conosce tutto, si conosce anche il processo di azione sull'organismo, sono stati studiati gli effetti a breve termine, quelli noti come effetti collaterali, ma nulla si sa sugli effetti che esse possono determinare a distanza, e per distanza intendiamo sia qualche anno che qualche generazione. Tutti abbiamo sentito di un qualche farmaco ritirato dal commercio perché nel tempo, e quindi troppo tardi per troppe persone, ci si è accorti provocare un danno più grave di quello che avrebbe dovuto riparare. Eppure era stato sottoposto alla tanto osannata sperimentazione scientifica, aveva avuto l'approvazione della comunità scientifica, l'unica che può decidere se una terapia è giusta per me oppure no. Cosa è successo in questi casi, cosa mai potrà succedere in futuro in tanti altri casi, quali certezze ci dà la scienza medica? La punta più avanzata della ricerca medica del nostro tempo è senza dubbio la genetica. Grazie alla genetica oggi è possibile individuare il particolare gene responsabile di una particolare caratteristica di un organismo, o di una malattia, è possibile anche conoscere le leggi fisiche o chimiche che regolano i meccanismi interni delle molecole di cui esso è costituito, ma tali leggi non possono dire alcunché sul perché questo gene sia presente proprio in quell'organismo, in che modo esso comunichi con le molecole, i tessuti o gli organi sui quali la sua peculiarità deve esplicarsi, quali siano le condizioni interne ed esterne che determinano la sua evoluzione. Una cellula, e quindi un organismo, ha determinate caratteristiche perché costituita da tante subunità, ma soprattutto perché inserita in un particolare livello della scala evolutiva, per cui essa è il risultato della somma di ciò che la precede e di ciò con cui contribuisce a formare quel particolare livello; la cellula isolata dal proprio contesto può assumere ed assume caratteristiche totalmente diverse. Il biologo molecolare nel suo viaggio alla ricerca della causa all'interno delle molecole si trova costretto a constatare di non ricevere risposte, anzi più si addentra, più diventa impossibile riprendere il filo che conduce all'unità. La biochimica studia e conosce i meccanismi, non la legge generale, le risposte che sa dare sono sul come non sul perché l'organismo funziona in quel modo. La medicina trae dalla biochimica la possibilità di sostituire, di ricreare il meccanismo che ha subito dei danni, di sostituire il gene responsabile di una determinata malattia, così come si sostituisce l'organo malato con un trapianto, la scienza medica è tecnologia, non è scienza in quanto non raggiunge in alcun modo la conoscenza delle leggi che regolano i processi biologici. La scienza, dunque depositaria di verità? Se a tutto questo si aggiungono poi le innumerevoli "bugie" degli scienziati, la questione diventa ancora più complessa. Che gli scienziati abbiano detto bugie è ormai storicamente provato, che continuino a dirle è un elementare passaggio logico. In questo modo però si viene a limitare, e di molto, il concetto di oggettivo e universale, insomma le "verità scientifiche" non sono poi tanto verità. La scienza inoltre si esprime per bocca della comunità scientifica e come dice Kuhn "Non esistono altre corporazioni professionali in cui l'opera creativa dell'individuo sia così esclusivamente rivolta agli altri membri della stessa professione, dai quali esclusivamente verrà valutata. Il più esoterico dei poeti o il più astratto dei teologi è molto più interessato, di quanto lo sia lo scienziato, all'approvazione della sua opera creativa da parte dell'uomo comune". La scienza, il totem della nostra società, è l'unica realtà incontrastata, non criticata, assoluta e come tale impone e disciplina, giustificandole, le scelte fondamentali.
La scienza per definizione deve essere l'insieme delle conoscenze acquisite dall'uomo, la scienza è conoscenza. La scienza che noi conosciamo, quella di cui abbiamo parlato sin qui, è in grado di studiare i meccanismi che regolano i processi, li classifica, li riproduce (bene o male, forse più male che bene) per utilizzarli in altri contesti, questa scienza non è assolutamente in grado di spiegare il processo nel suo insieme, quella che noi conosciamo è dunque tecnologia, applicazione e trasferimento di tecniche. La scienza=conoscenza, depositaria della verità dunque, non esiste.
E allora di fronte a queste riflessioni, rispetto a questa conclusione, che cosa possiamo fare? Almeno non accettare come vero qualcosa solo perché "scientificamente" provato.

Anna Lisa Fiorillo

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