Una risposta ai medici che rifiutano l’omeopatia

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N° 10 APRILE 99

Una risposta ai medici che rifiutano l'omeopatia

Negli ultimi anni si è andato sviluppando in Italia un vasto movimento che pone in discussione sia le scelte di migliaia di professionisti che operano nell'ambito della legge così come le scelte, liberamente operate da milioni di liberi cittadini riguardo la propria vita. Ci riferiamo più precisamente alla diatriba in atto tra le Medicine non Convenzionali e la Medicina Convenzionale, in tale contesto intendiamo soffermarci in particolare sull'omeopatia.
Tale movimento nel suo attacco all'omeopatia chiama continuamente in causa aspetti quali la presunta mancanza di scientificità di tale tecnica, la scarsa preparazione degli operatori, il fatto che tale attività verrebbe svolta da stregoni, maghi e fattucchiere.
Tutto questo avviene mentre nello stesso tempo a livello internazionale, vengono avanzate numerose e significative contestazioni nei confronti dell'operato della medicina e della farmacologia convenzionale.
Avrà certo un qualche significato il fatto che insieme alle Medicine non Convenzionali (che molti si ostinano ancora a definire alternative) e alla terapia Di Bella, vengano messi in discussione i vaccini, emergano i dubbi sulla strada intrapresa con i trapianti (descritta come perfetta aderenza al pensiero cartesiano dell'uomo macchina), le denunce sull'impiego delle amalgama nelle otturazioni dentarie, i molti dubbi sulla validità e sull'attendibilità della ricerca medica e farmacologica, questi fatti sono solamente alcuni esempi.
Come è possibile che non sorga mai il dubbio che questo arroccamento di una certa parte del mondo medico ufficiale poggi in realtà su tesi che non hanno affatto le basi solide che si crede?
Possiamo pensare che per secoli milioni di persone abbiano creduto di trarre vantaggio da terapie che in realtà non avrebbero alcuna efficacia; che per secoli, medici formati alla scuola della medicina ufficiale, abbiano intrapreso, per chissà quale motivo, una via professionale diversa, discussa e contestata?
Tale situazione può essere ricondotta semplicemente a pericolosi rigurgiti di irrazionalità che nascono e prosperano nel seno di professionisti che avrebbero rinnegato la loro formazione razionalistica? Ma dal momento che nessuno di questi è incorso nei rigori della legge, certamente non ha operato con finalità disoneste.
Nonostante tutto questo, perché il rispetto conquistato dall'omeopatia da qualche centinaio di anni viene ignorato?
Perché si cerca di imporre all'intera nazione dei punti di vista che attualmente sono oggetto di discussione in tutto il mondo? Si vuol forse rivendicare "un solo pensiero ed un solo credo per tutti?"
Ma vediamo di approfondire alcuni aspetti connessi all'omeopatia e nello specifico alle figure professionali che la applicano, parliamo è ovvio sempre di medici.
L'omeopatia non è una specialità medica, non solo in quanto la sua metodologia terapeutica non è desunta dalla medicina, dalla chirurgia e dalla farmacologia convenzionali, ma anche perché ha una valenza polispecialistica.
In conseguenza di ciò, l'omeopata non è un medico specialista, dal momento che la legge italiana prevede che le specializzazioni riconosciute siano quelle conferite dalle facoltà mediche. Ma nonostante ciò nulla e nessuno dovrebbe vietare ad un medico l'acquisizione e la conseguente possibilità di rendere pubblica la sua competenza in omeopatia, fatto salvo il dovere di dimostrare l'acquisizione di tale competenza.
L'omeopatia, come tutte le numerose pratiche extrascientifiche è ritenuta da una parte del mondo medico, accademico e scientifico non efficace dal punto di vista terapeutico poiché tale efficacia non è documentata scientificamente. Ma nessuna persona dotata del comune buon senso può sostenere che l'efficacia di un qualsiasi aspetto dell'operare umano può essere sostenuta soltanto in virtù di una validazione scientifica o ancor di più per l'esistenza di documentazione ufficiale che attesti tale validazione.
È facile comprendere che l'efficacia esiste di per sé, nella realtà, riconosciuta con i mezzi più diversi; soltanto in questo contesto lo scienziato (e non la scienza, poiché essa è una astrazione) parametra gli effetti di un operare umano e, soggettivamente (da solo o in una sua comunità) li valuta assegnando più o meno arbitrariamente un punteggio di efficacia. Se non fosse presente tale soggettività non sarebbero spiegabili gliinnumerevoli errori della medicina convenzionale e non sarebbe spiegabile la necessità della sorveglianza post-marketing nella medicina farmacologica. Tale sorveglianza prevede che nel momento in cui inizia la diffusione di un nuovo farmaco, i medici ne registrino gli effetti relazionando poi ad appositi uffici. Di fatto si osservano gli effetti della sua assunzione, valutando poi attraverso l'elaborazione di un gran numero di informazioni se siano necessari aggiustamenti nella sua formulazione, nel dosaggio, nella forma di somministrazione o quant'altro. In sostanza quindi non è la cosiddetta scienza che afferma la validità di un farmaco, ma è più semplicemente l'osservazione dei singoli medici, è dall'osservazione del tutto soggettiva dei singoli medici curanti che si giunge ad avvalorare l'efficacia del farmaco.
Molti altri sono gli aspetti che vengono impiegati nell'opera di denigrazione dell'omeopatia, uno di questi consiste nell'imputare all'effetto placebo le guarigioni ottenute con l'omeopatia.
Si parla oggi con molta, troppa facilità dell'effetto placebo e troppo spesso si mostra ignoranza in merito, poiché in realtà nulla si conosce di esso, dal momento che è tuttora oggetto di studi, i cui risultati tendono ad essere poco pubblicizzati. La situazione è talmente complessa che gli stessi scienziati, si trovano costretti, nell'affrontare tale argomento, a far ricorso ad una medicina non convenzionale come è la psicosomatica.
Malgrado tale lacuna scientifica, la medicina convenzionale punta ad utilizzare l'effetto placebo come un cuneo per scardinare la struttura delle Medicine non Convenzionali.
Ma accanto a questa pratica di demolizione di ciò che neppure conosce, nel contempo la Medicina Convenzionale mette in atto continue strategie di autopromozione, si pensi all'invasione massiccia sui media di continui trionfalistici annunci di nuove, quanto spesso inutili o fallaci, scoperte mediche, di esaltazione di trattamenti medici di risaputa scarsa efficacia, di falsificazione di dati (che magari poi vengono smentiti in assoluto sottotono), incrementando in tal modo la generale fiducia nelle terapie convenzionali, nel tentativo di potenziarne l'effetto.
Nel suo tentativo di occupare tutti gli spazi disponibili, arriva a fare affermazioni che nella loro assurdità fanno sorridere, si afferma infatti che le conoscenze della scienza medica prevedono la probabilità di alcuneguarigioni "inspiegabili".
Noimolto semplicemente ci chiediamo come sia possibile avere la conoscenza di una realtà inspiegabile.
Semmai se ne può constatare l'inspiegabilità.
Nel concreto si ammette che alcune malattie hanno una storia naturale che prevede una loro "autolimitazione" indipendentemente dalle cure praticate e un decorso e una prognosi più lunga e favorevole in alcuni malati e meno in altri. Cioè si riconosce "scientificamente " che alcune malattie possano insorgere e poi regredire fino a scomparire senza alcuna motivazione, quindi in un certo periodo della nostra vita potremmo aver sviluppato un forma di tumore che poi, come è venuto, se ne è andato senza che il nostro organismo avvertisse alcun malessere o disturbo.
Quanto c'è di coscienza scientifica in tali affermazioni pur sostenute da rappresentanti stessi del mondo scientifico?
"La medicina convenzionale è scientifica", quindi si basa sulle certezze del metodo sperimentale, il quale metodo poggia sull'assunto della ripetitività dell'esperienza. Ma proprio al fine di occupare spazi anche in altri ambiti medici, la scienza medica arriva ad affermare anche se con colpevole ritardo che "la valutazione di una malattia e del suo decorso non consente né semplificazioni, né certezze assolute perché esistono i malati e non le malattie, e la variabilità individuale è ben presente ai medici anche se limitata".
Sembra che il pensiero scientifico a questo proposito e pur in materia tanto delicata, sia abbastanza confuso.
Quanto è limitata la variabilità? Quanto, un medico di medicina convenzionale può tenerne conto con i mezzi interpretativi e di intervento a sua disposizione? Quando egli da medico ne ha tenuto conto?
Non è sufficiente scimmiottare i principi dell'omeopatia e ripetere in modo meccanico che non esistono le malattie, ma i malati. Infatti l'omeopatia tiene debito conto sia delle malattie sia dei malati, anzi la conoscenza delle malattie (se non altro quelle che essa definisce croniche) è di primaria importanza per ricercare una guarigione profonda e duratura.
Noi tutti, nel '"mondo civile", siamo disponibili a ragionare e a disquisire sull'andamento della scienza che progredisce fallendo e sulla validità della ricerca nel legittimarlae controllarla, ma…e il malato che aspetta di essere aiutato a guarire? È destinato ad accontentarsi di parole e disquisizioni filosofiche? Deve accettare il suo ruolo di oggetto degli errori scientifici per amore di un progresso che verrà dopo la sua morte?
Quale medicina dobbiamo auspicarci? Il malato dovrebbe sostenere una medicina nella quale meno del 30% delle decisioni dei suoi operatori è suffragata da prove? Volendo fare un raffronto quale è la differenza tra questi medici e gli "stregoni, i maghi, le fattucchiere, i ciarlatani e gli inventori di rimedi miracolosi" che la medicina convenzionale denuncia?
Recentemente la FNOMCeO Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri ha proposto l'istituzione di un "Registro degli omeopati e degli agopuntori" tale proposta è stata accolta positivamente da alcuni settori della Medicina non Convenzionale che vedono in tale registro il raggiungimento di un riconoscimento ufficiale.
Purtroppo però tale registro non può avere utilità pratica né teorica ci chiediamo quindi se non sia invece una schedatura, uno strumento cioè di maccartiana memoria.
Ci si chiede se l'obiettivo sia quello di indagare sui corsi seguiti dai medici che forse in futuro saranno perseguiti, si vuole indagare sui testi sui quali essi ricavano le loro nozioni prive di qualsiasi prova di attendibilità, si vuole capire se essi sono seri ed affidabili attraverso un tale strumento. Che senso può avere tutto ciò?
Tuttavia ci sembra evidente che corsi e o testi che insegnano pratiche mediche che rischiano di essere fantastiche, deliranti e bizzarre, è auspicabile che siano i più brevi possibili, che trattino questioni culinarie o di sport, come valide alternative a teorie esecrabili. A questo si punta? I corsi ritenuti migliori saranno quelli di fatto inesistenti?
Vogliamo concludere con una riflessione che vorremmo fosse recepita dai medici competenti (anche se non riconosciuti) in medicina non convenzionale.
La forza delle medicine non convenzionali risiede in gran parte nel fatto che esse sono disseminate nel tessuto sociale, lo sforzo che la medicina convenzionale ed il mondo accademico hanno compiuto per decenni con successo, di tenerle lontane dalle istanze istituzionali, si è tradotto in un anonimato prezioso per la loro sopravvivenza.
Questo ora è stato compreso e "albi", "registri" e quant'altro, rivelano la necessità di identificare i soggetti e le istanze che provengono dai cittadini. Si persegue la tattica di prendere dei provvedimenti selettivi capaci di frantumare, isolare e combattere il fenomeno in maniera efficace, ma sopportabile, attraverso un gran numero di microtraumi ma senza dover far ricorso ad un unico e contrastabile trauma.
Conviene a questo punto accettare le lusinghe e le promesse di essere accettati nel mondo "ufficiale"? È perlomeno necessario vagliare con attenzione gli atteggiamenti di apertura che, a fronte di una proposta di ufficializzazione richiedono in realtà l'ingabbia mento e la ghettizzazione, tutte misure che potrebbero permettere di "arginare un fenomeno" che va sempre più diffondendosi.
Riteniamo d'altro canto che non sia difficile per un medico di medicina non convenzionale compensare la mancanza di riconoscimenti istituzionali con la sua soddisfazione di saper curare e con la soddisfazione dei malati che egli cura, insomma, la validità del metodo che applica può offrirgli sufficienti soddisfazioni.
Fernando Conti
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