Poco di nuovo sotto il sole

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N. 3 MARZO 1993
 
Poco di nuovo sotto il sole

La lettera che riportiamo qui sotto fu inviata nel 1820 al governo di Sassonia da Samuel Hahnemann, generalmente considerato il padre dell'omeopatia, per difendersi dagli attacchi degli speziali gelosi dei loro privilegi. Essa colpisce per l'attualità dei problemi che affronta, la lunga lotta fra chi lavora per il progresso e la salute e chi invece vuole mantenere lo status quo a difesa dei propri interessi. La lettera è anche rilevante per l'arguzia e la puntualità delle sue argomentazioni.
MEMORIE
Presentate al governo di Sassonia nel 1820.
A. Sulla preparazione e distribuzione di sostanze medicinali da parte di medici omeopatici.
Non debet, cui plus licet, quod minus est, non licere. Ulpianus, lib. XXVII, Ad Sabinum.
Gli speziali di Leipsick mi accusano di recare danno ai loro privilegi: questa accusa è inammissibile per diverse ragioni.
Il mio metodo terapeutico non ha nulla in comune con la medicina usuale; al contrario esso gli è direttamente opposto. È una scoperta nuova che non ammette l'applicazione delle regole seguite fino ai nostri giorni nella dispensazione dei medicamenti.
Il vecchio metodo fa uso di composti medicamentosi, formati da un miscuglio di sostanze diverse e di peso considerevole. La manipolazione di più sostanze medicinali combinate insieme richiede molto lavoro e tempo; il medico non potrà occuparsene, distratto com'è dalla preoccupazione di visitare i malati, e non possedendo, salvo rare eccezioni, l'abilità necessaria per associare sostanze spesso eterogenee. È dunque per lui un utile aiuto avere a sua disposizione, come aiutante, lo speziale, che si fa carico della preparazione di questi rimedi composti, in una parola, della dispensazione. Con le parole preparazione e dispensazione dei medicamenti, le leggi relative all'esercizio della farmacia intendono sempre la combinazione di più sostanze medicinali, secondo una formula o prescrizione; esse non possono intendere altre cose, poiché, fino ai nostri giorni, tutte le ricette dei medici prescrivevano generalmente l'impiego di più sostanze. Oggi ancora si insegna nelle Facoltà, negli ospedali, che ogni trattamento deve essere fatto per mezzo di prescrizioni, ovvero di ordini trasmessi al farmacista ed indicanti le diverse sostanze da combinare. Riservando come un privilegio agli speziali, questo diritto di eseguire, secondo le regole dell'arte, le prescrizioni, si è voluto impedire che, nell'impossibilità in cui si trova il medico di preparare da sé i medicamenti, lavoro che esige spesso molto tempo, accortezza e destrezza, delle persone inesperte ed ignoranti non compromettessero, con l'impiego di sostanze improprie, la vita dei malati.
E' a questa preparazione, a questa dispensazione dei composti medicamentosi, a cui tutte le leggi sulla materia attribuiscono il privilegio ai farmacisti. Ma lì ha termine questo privilegio, esso non comprende la vendita dei semplici; perché, in questo caso esso sopprimerebbe il commercio dei droghieri, il quale è autorizzato dalla legge.
Il diritto esclusivo accordato agli speziali, di eseguire le prescrizioni dei medici che prescrivono miscugli, non riceve alcun danno dal nostro nuovo metodo terapeutico. L'Omeopatia, infatti, non ha prescrizioni da poter trasmettere ai farmacisti; essa non fa uso di composti medicamentosi, ma, per ogni caso, impiega una sola sostanza semplice in un veicolo non medicamentoso. Nel suo modo di procedere, non c'è associazione, di conseguenza non c'è dispensazione. Dunque le leggi proibitive riguardano la dispensazione di medicamenti non concernenti l'omeopatia.
Seguendo l'esempio di tutte le arti che seguono il cammino dei tempi e i progressi della civiltà, l'arte del guarire, attraverso miglioramenti successivi, può e deve avvicinarsi alla perfezione. Ora, se per volontà della Provvidenza, si è scoperto, per il trattamento delle malattie, un metodo più facile, più sicuro e più costante, senza impiego di composti medicamentosi; se si trovano dei medici che sappiano ottenere le guarigioni più felici unicamente con un rimedio semplice, allora un privilegio che consiste solo nella preparazione di medicamenti composti non può opporsi ai benefizi di questo perfezionamento salutare. Ogni medico è libero di usare egli stesso, per la guarigione dei suoi malati, ogni forza semplice della natura che l'esperienza indica come il più utile ausilio: per esempio, l'elettricità, il galvanismo, la calamita, ecc. Su questo punto, la legge non ha stabilito alcun limite alla libertà del medico.
Infatti, tra tutte le leggi che regolano l'esercizio della medicina e della farmacia, dove se ne troverà una sola che vieta al medico di somministrare dei semplici ai malati?
Se la legge non contiene questo divieto, se il privilegio dei farmacisti non riguarda l'uso dei semplici; se è permesso ai contadini di vendere al mercato dei semplici, radici, piante medicinali, un medico che conosce i prodotti della natura e le loro rispettive proprietà ha necessariamente il diritto di distribuire egli stesso, senza retribuzione, il rimedio semplice il cui impiego gli sembra più conveniente e utile al malato. Tale è il caso in cui rientra il metodo curativo del quale io sono l'autore, e che differisce materialmente dalla terapeutica ordinaria. Nell'opera che ho pubblicato sulla dottrina medica omeopatica, ho formalmente escluso tutte le prescrizioni, tutti i miscugli medicamentosi. Ho per principio quello di impiegare, per ogni caso di malattia, una sostanza medicinale semplice; io non insegno e non pratico che questo modo unico di guarigione.
Secondo questo metodo, perfezionato anche per il trattamento delle malattie più gravi e fin qui considerate incurabili, impiego soltanto, a dosi minime, delle sostanze semplici: metalli o minerali, sciolti in alcool, senza l'ausilio di alcun acido (attraverso processi conosciuti da me solo, ignorati dai chimici, e di conseguenza dagli speziali); o anche sostanze vegetali o animali, a dose minime, somministrando una sola dose di un rimedio semplice. Queste dosi sono talmente piccole, che nel loro veicolo ordinario, lo zucchero del latte, sostanza non medicinale, il rimedio sfugge alla percezione dei sensi e a tutte le analisi della chimica. L'innocuità di queste dosi infinitamente piccole deve allontanare ogni sospetto ed inquietudine. I successi del metodo omeopatico si basano interamente sulla scelta di una sostanza appropriata alla malattia; ma, incapace di comprendere la nostra nuova teoria, giustificata per altro dai successi eclatanti e incontestabili, il farmacista ride di queste dosi impercettibili delle quali non può ritrovare la minima traccia nel veicolo.
Se nei rimedi distribuiti dal vero omeopata, lo speziale, geloso del nuovo metodo, non può scoprire tracce di veleno, né di sostanze medicamentose; se non vi trova nulla che possa sembrare dotato di virtù curative, meno ancora nulla di pericoloso e nocivo, allora il governo, guardiano attento della salute dei cittadini, non dovrà essere rassicurato sulla somministrazione di rimedi impiegati a dosi così minime, e così salutari nei loro risultati?
La sua sorveglianza avrà bisogno di mostrarsi molto più inquieta verso i farmacisti che vendono a chiunque, senza esitazione, quantità mille volte più grandi di quelle sostanze che l'omeopata somministra a dosi infinitamen­te piccole. Utilizzate a sproposito da degli ignoranti, queste sostanze vendute dagli speziali possono avere uso funesto. Tuttavia la sola restrizione imposta ai farmacisti, è di non consegnare a degli sconosciuti arsenico, sublimato di oppio, ecc. Io richiamo su questo punto l'attenzione dell'autorità competen­te.
Inoltre, lo speziale non può essere di alcun aiuto all'omeopata nell'esercizio della sua arte, le dosi sono, infatti, talmente piccole, talmente impercettibili, che il medico, che può metterle nel veicolo in un minuto, quindi senza perdita di tempo, se fosse costretto ad affidare questa manipolazione alle premure di un farmacista, dovrebbe controllarla lui stesso con i suoi occhi, perché altrimenti, né i sensi né la chimica potrebbero fornire alcun mezzo di controllo e di verifica. E' dunque impossibile all'omeopata servirsi di un aiutante qualunque; egli solo può sapere ciò che ha fatto lui stesso; non può avere fiducia che in se stesso. Del resto questa piccolezza eccessiva delle dosi, che esclude ogni mezzo di controllo, che interdice l'impiego di qualunque aiutante, è assolutamente indispensabile nel metodo omeopatico; utile in generale per il trattamento di tutte le malattie, esso è necessario per la guarigione delle malattie croniche, abbandonate sin qui come incurabili.
Se realmente le leggi che regolano l'esercizio della medicina e della farmacia, hanno per oggetto la conservazione della salute dei cittadini, e se le malattie più gravi, considerate incurabili, possono essere guarite con il metodo omeopatico, come provano le guarigioni che ho ottenuto e che hanno sollevato contro di me la gelosia e l'odio dei medici della vecchia scuola, è fuori dubbio che le autorità, preferendo l'interesse generale alle pretese mal fondate di qualche singolo, prenderà sotto la sua protezione un metodo curativo e benefico, e si guarderà dall'imporgli l'ausilio inutile e nocivo della farmacia. Quest'ultima non ha altre funzioni che preparare, per la terapeutica usuale, secondo formule e ricette, miscugli medicamentosi dei quali l'omeopata non fa affatto uso.
Io dico, e lo provo, che le pretese degli speziali non hanno fondamento: io aggiungo che esse non hanno importanza. Infatti, quanto guadagnerebbe un farmacista per mettere, per esempio, nel veicolo di tre granelli di lattosio una goccia di una soluzione alcolica portata al milionesimo, di un briciolo di stagno, di rabarbaro, o di china? È ciò che il medico omeopatico fa da sé senza alcuna perdita di tempo. Secondo tutte le tariffe in vigore, che sono tutte calcolate sul peso degli ingredienti e sul lavoro necessario per combinarli secondo la formula (ora questo lavoro non ha luogo nel metodo nuovo), sarà impossibile realizzare alcun profitto apprezzabile, eseguendo una ricetta omeopatica.
I reclami dei Sigg. speziali di Leipsick sono dunque del tutto inammissibili, e, se questi signori persistessero nel voler imporsi come aiutanti dei medici omeopatici, si potrebbe supporre che le loro passioni siano messe in gioco da segreti intrighi più o meno abilmente dissimilati. Per quanto mi riguarda, non voglio credere che le loro richieste abbiano lo scopo di ostacolare lo sviluppo di una dottrina nuova della quale non si saprebbe negare l'importanza, né sostituire i servizi. Non mancheranno medici gelosi dei successi già ottenuti per rallegrarsi di questo risultato. Il vero omeopata non reca il minimo danno allo speziale in quanto esercente di droghe: egli non può farsi pagare le dosi infinitamente piccole che somministra; deve accontentarsi di richiedere gli onorari per le premure considerevoli che richiedono nel nuovo metodo, lo studio dello stato morbido e la scelta del rimedio più efficace. Pertanto, dato che il metodo di trattamento in uso fino ad oggi, cioè l'impiego di composti medicamentosi la cui preparazione è riservata ai farmacisti da un privilegio esclusivo, non ha niente in comune con il nuovo metodo terapeutico, il quale non utilizza mai miscugli di sostanze medicinali a forte dose, ma prescrive sempre un rimedio semplice in dosi infinitamente piccole; dato che la preparazione di queste dosi non potrebbe essere affidata agli speziali; dato che, infine, il loro privilegio non potrebbe comprendere un metodo curativo appena recente­mente scoperto io chiedo: “Che i Sigg. speziali di Leipsick siano richiamati nei limiti dei loro privilegi, che i loro diritti non si applichino ad un metodo nuovo, sconosciuto fino ai nostri giorni, che, ben lontano dal dispensare, cioè dal mettere insieme, secondo una formula, delle sostanze di quantità e di natura diversa (lavoro riservato di diritto agli speziali), impiega unitamente dosi minime di un rimedio semplice, che mai nessun sovrano, nessuna legge ha vietato di somministrare ai malati.” Attendo con calma e fiducia il successo della mia richiesta, tanto più che il metodo omeopatico ha già assunto, per sua importanza, un carattere pubblico, e che in tutti i paesi tedeschi si sono trovati uomini in grado di apprezzarlo come un beneficio. Quanto ai miei discepoli, io non ho alcun rapporto con loro, e poiché essi sono di valore disuguale, io non potrei ergermi loro difensore. Il solo successore che riconoscerò mai, sarà un uomo dal carattere irreprensibile, e talmente fedele ai principi della mia dottrina, che le dosi da lui somministrate ai malati possano sfuggire all'apprezzamento dei sensi e all'analisi chimica. In queste condizioni ogni pericolo, ogni paura scompare, e il controllo dello Stato diventa inutile.
B. Nessuna legge in vigore impedisce al medico omeopatico di fornire rimedi ai suoi malati.
Nessun medico omeopatico dispensa; il nuovo metodo non comporta la dispensazione, perché dispensare è mescolare insieme più sostanze medicinali e combinarle secondo le regole dell'arte.
All'epoca in cui questa parola, dispensatoria, cominciò a prendere nella medicina un significato speciale, i codici farmaceutici non contenevano che formule composte: è questo ciò che possiamo notare nel primo libro di questo genere pubblicato in Germania, a Nuremberg, nel 1551.
Nello stesso tempo le leggi riservavano agli speziali il privilegio di mescolare insieme e di combinare, secondo le formule del dispensatorium o secondo la prescrizione di un medico, le sostanze diverse indicate per il trattamento di una malattia.
A ciò si limitava e si limita ancora oggi il privilegio degli speziali.
Tutte le leggi che vi si riferiscono designano i miscugli medicamentosi con i nomi di medicamenti e composti; le sostanze medicinali semplici e senza mescolanza con le parole semplici e spezie.
Se le leggi vietano al medico di somministrare medicamenti ai malati, in una parola di dispensare egli stesso, questo divieto verte soltanto sui composti la cui preparazione spetta allo speziale per un privilegio speciale; nessuna legge vieta di dare rimedi semplici ai malati.
D'altro canto, è interdetto agli speziali di dispensare essi stessi cioè di preparare e vendere dei composti medicamentosi senza prescrizione del medico. Ma è permesso loro di vendere, a chiunque e senza prescrizione dei semplici, cioè sostanze medicinali semplici, eccetto quelle che, a forte dosi, esercitano una azione troppo violenta. Così, somministrare dei semplici non è dispensare; altrimenti la vendita dei semplici non sarebbe permessa allo speziale.
Questa libertà di smerciare sostanze semplici non potrebbe essere un privilegio del farmacista, altrimenti i droghieri non potrebbero più fare il commercio di queste sostanze.
I regolamenti relativi all'esercizio della medicina e della farmacia non chiamano mai con la parola dispensazione, lo smercio delle sostanze semplici da parte degli speziali. Questa parola non si applica dunque al medico che distribuisce soltanto una sostanza semplice; poiché non c'è affatto la preparazione di composti medicamentosi.
Parallelamente, se il medico consegna lui stesso ai malati una sostanza medicinale semplice con dello zucchero questo non è affatto, propriamente, dispensare.
Questo fatto ha costituito fin qui una eccezione. Da lungo tempo, la legge, insegnata ai medici nelle Facoltà, seguita nelle cliniche, ordina di far preparare nelle farmacie i medicamenti (composti medicamentosi). D'altra parte, è demandato agli speziali il comporre questi miscugli, i medicamenti propriamente detti formati dalla associazione di numerose sostanze in grande quantità.
Ma il cammino irresistibile del progresso ha portato ai nostri giorni un'arte del guarire del tutto nuova, chiamata omeopatia. Questo metodo curativo ben più conforme alla natura, e, come dimostrano i suoi successi, ben più salutare, è completamente opposto ai trattamenti usuali. Le sostanze che esso impiega contro gli stati morbidi sono esattamente opposte a quelle che somministra la vecchia scuola; ma esso non le somministra mai in composto: in ogni caso particolare esso fa sempre uso di una sostanza semplice, a dose talmente minima, che il medico e il farmacista che seguono il vecchio sistema, negano totalmente l'efficacia di un tale procedimento. Il medico della vecchia scuola è abituato ad utilizzare nel trattamento solo forti dosi, e ciò per un principio del tutto opposto a quello dell'omeopata; lo speziale non è abituato che a mescolare forti quantità di sostanze medicinali diverse, e a trasformarle in medicamenti. Per esempio, mentre il sostenitore della vecchia scuola usa, per purgare, molti grossi (1 grosso = 4 grammi circa) di tintura di rabarbaro, combinati con altre sostanze, l'omeopata sommini­stra la stessa tintura, alla dose di una sola goccia in una soluzione al quadrilionesimo (E -24), in una situazione del tutto opposta, cioè per guarire le diarree. Il medico della vecchia scuola prescrive contro queste la tintura di oppio a forti dosi, e spesso senza successo; l'omeopata, al contrario, impiega questo stesso rimedio ben più convenientemente per un principio del tutto opposto, e dissipa in maniera durevole la costipazione con la più piccola particella di una goccia della diluizione di questa tintura portata al bilionesimo (E -12).
Praticando questo nuovo trattamento, l'omeopata non usurpa il privilegio degli speziali, non infrange nessuna delle leggi in vigore. Nessuna legge vieta al medico di dare ai malati una sostanza medicinale semplice.
Lo speziale non ha un privilegio esclusivo che a lui solo permette di vendere, a chiunque, senza precauzione, a rischio, e soprattutto a grande detrimento dei malati, delle sostanze medicinali semplici, anche in quantità considerevoli; che vieta al medico di somministrare ai suoi malati queste stesse sostanze, con uno scopo del tutto razionale, a dosi troppo piccole per avere un valore apprezzabile e per essere affidate alle premure di un aiutante.
In base ai principi della sua arte che rifiuta come contrario al buon senso l'impiego di ogni composto medicamentoso nel trattamento delle malattie, è impossibile che l'omeopata dia mai dei miscugli, è impossibile che egli possa dispensare e recare così danno agli speziali.
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