Omeopatia. Significato, situazione attuale, prospettive.

 

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N° 10 APRILE 99
 
 
Omeopatia. Significato, situazione attuale, prospettive.

Significato di omeopatia
Per comprendere il reale significato dell'omeopatia è necessario analizzare alcuni tra i più diffusi stereotipi della medicina ufficiale, che sono entrati con prepotenza come dogmi assoluti e insindacabili a far parte dei luoghi comuni del linguaggio corrente in tema di sanità, per poi porli a confronto con i contenuti sottesi dall'omeopatia.
1) La malattia è un accidente
La malattia così come la medicina ufficiale ce la presenta, che si tratti di un semplice mal di testa, del colpo della strega, dell'artrosi cervicale o di una forma incurabile di tumore ecc. è un accidente, cioè la classica "tegola in testa". Le malattie si alternano nella storia di un uomo, sfociano talvolta l'una nell'altra, senza che ci si chieda e tanto meno si capisca perché ciò accada.
Per l'omeopatia, invece, la malattia non è un fatto primitivo, è sempre un risultato; essa non compare mai all'improvviso e sia che sia acuta o cronica, è comunque sempre "preparata", preceduta da uno stadio che di solito è molto lungo. Di fronte a un malato si deve tener conto almeno di quattro elementi: la costituzione che comprende ciò che è stato trasmesso ereditariamente, il temperamento, che ha cominciato a manifestarsi alla nascita e si evolve con il procedere dell'età, le tossine che si sono accumulate negli anni ed infine le cause esogene. Tre di questi elementi la costituzione, il temperamento e le tossine formano mescolandosi insieme quello che si definisce "terreno" e che in una malattia rende le manifestazioni individuali. Per l'omeopatia le malattie descritte dalla medicina ufficiale non sono malattie ma semplicemente manifestazioni di tre sole malattie fondamentali, definite croniche perché connaturate con il terreno, che identificano la perdita di specifiche attività funzionali, le quali fino a quando non siano rese inoperanti determinano un progressivo incremento del quoziente tossinico che rende l'individuo sempre più suscettibile a contrarre stati «morbosi, quindi già di per sé "malato". Dunque un individuo indebolito è già un malato.
2)    La malattia intesa come effetto ha una sola causa, una causa come agente genera una sola malattia
Per la scienza medica il tifo è l'effetto del bacillo di Hebert e il bacillo di Hebert è la causa del tifo. Le malattie sono cioè sempre e inequivocabilmente provocate da un unico agente. Qualsiasi sintomo sia presente in un malato di tifo, sarà comunque sempre e solo ricondotto al bacillo di Hebert.
Per l'omeopatia invece l'elemento fondamentale è il terreno, cioè una plurifattoriale condizione d'indebolimento della normale reattività dell'organismo. In omeopatia più cause danno origine a un effetto e più effetti sono sostenuti da una stessa causa. Un colpo di freddo può dare origine a tre sintomi diversi: a uno stato di agitazione, o a una febbre, o a un dolore improvviso e violento (Aconitum); ma uno stato di agitazione può dipendere a sua volta da tre cause diverse, da un colpo di freddo, da una eruzione dentaria o da una sintomatologia reumatica (Aconitum, Chamomilla, Rhus Toxicodendron). Così appare plausibile la prescrizione di uno stesso rimedio per differenti sintomi a prescindere dalla loro causa e la somministrazione di rimedi diversi in riferimento a una stessa patologia in soggetti diversi.
3) Il sintomo va sempre soppresso
Malgrado quanto espresso come proposito, per la medicina corrente curare le malattie significa sopprimerne con ogni mezzo i sintomi, lasciando di fatto invariata la causa; la malattia è infatti considerata legata ad una causa estranea all'organismo e, in quanto tale, da estirpare. È inevitabile che un medico, impregnato di un tale concetto della malattia, sia spinto ad applicare la legge dei contrari non badando alla violenza dei mezzi adoperati, in quanto i medicamenti che prescrive hanno l'apparente funzione di combattere le cause del male ed i suoi sintomi. Allo stesso modo, quando egli tenta di risvegliare le forze di difesa dell'organismo, ricorre a forti stimolanti nel tentativo di compensare la debolezza manifestata.
In omeopatia, invece, la malattia appare come un insieme di manifestazioni derivanti dalla lotta tra l'elemento aggressore e l'organismo. Infatti l'organismo si prepara alla difesa non appena è attaccato da un agente di malattia; ma, come abbiamo già detto, l'organismo stesso non è attaccato se non quando è già predisposto, cioè debole o non ben coordinato.
Chi condivide questa concezione non può fare a meno di riflettere sul fatto che la causa da combattere non è l'agente aggressore, troppo spesso casuale, ma la condizione predisponente.
4) L'oggetto della cura è la malattia
Per la medicina ufficiale l'oggetto della cura è la disfunzione o più spesso la lesione d'organo, scientificamente documentabili, non la sofferenza del malato che diventa un aspetto secondario, "funzionale" o "psicosomatico", di cui non è così importante tener conto.
L'omeopatia invece non si rivolge al solo quadro patologico, non a caso la parola omeopatia deriva da "omoios" che significa "simile" e da "pathos" che significa certamente "malattia" ma anche "sofferenza", "stato d'animo" e la sofferenza e lo stato d'animo non sono da riferirsi solo a quanto si prova in relazione a un quadro patologico in atto, ma anche a quanto si prova in relazione al proprio "sentire" nelle differenti circostanze della vita e quindi l'omeopatia, che da questo punto di vista ha stretti rapporti con l'antropologia, l'ermeneutica, ecc. è soprattutto un prezioso supporto nel percorso che ogni individuo fa verso la conoscenza di sé, la consapevolezza della realtà che lo circonda; uno strumento capace di configurarsi dunque non solo come mezzo terapeutico nei confronti di uno o più stati morbosi che si presentano in modo caratteristico e specifico nel singolo individuo, non solo come supporto a meglio affrontare i più diversi stati di sofferenza e i più diversi stati d'animo, ma addirittura come strumento che preventivamente può operare nel singolo individuo per aiutarlo in modo specifico nel processo di conoscenza e espressione del sé.
Come si vede dunque, mentre correntemente l'oggetto della medicina corrente è la risoluzione del quadro patologico impersonale e per questo arbitrario, l'oggetto dell'omeopatia è stimolare il processo di autoguarigione, di automantenimento della salute.
L'omeopatia offre all'uomo, sia esso visto come individuo o come umanità, ciò che gli serve, cioè un sostegno e un aiuto per esprimersi al meglio, il che significa cioè, mi sia consentita la semplificazione, un aiuto per "riuscire" nella vita. Per "riuscire" nella vita, cioè per esprimersi al meglio, l'uomo deve essere consapevole di sé stesso e non è fantamedicina affermare che nel cammino per la propria consapevolezza, presupposto per la propria espressione, egli può trovare spesso un utile strumento di aiuto nell'omeopatia, innanzitutto perché essa può essere un valido strumento per guardarsi dentro.
5) Il malato non è preso in considerazione in quanto tale
La medicina convenzionale non si preoccupa del malato e questo non perché i medici convenzionali sono inumani, ma perché gli strumenti che hanno a disposizione sono rivolti alla malattia e non al malato.
Al contrario in omeopatia esiste un detto impreciso, ma significativo: "non esistono malattie, esistono malati"; cosa vuol dire?
Le malattie non sono entità fisse ed invariabili che basta nominare perché siano caratterizzate; in ogni malato assumono forme particolari. Il medico classico si accontenta di identificarle; dice ad es.: "è morbillo, è scarlattina". L'omeopata deve spingersi oltre, deve definire la forma che quel morbillo o quella scarlattina hanno assunto in un determinato malato. Due bambini affetti da morbillo presenteranno segni comuni della malattia: febbre, eruzione, lacrimazione, tosse; ma avranno diversi comportamenti: uno potrà essere agitato e l'altro abbattuto, aver sete o no, sudare o aver la pelle secca, essere angosciato, iperattivo o allegro, dominato da sensazione di caldo o freddo, ecc. Perché bisogna procedere osservando tutti questi aspetti così meticolosamente? Dobbiamo ricordare che il rimedio omeopatico è un "simile".
Cioè è tanto più efficace quanto più i sintomi riscontrati nel malato a cui si somministra, si avvicinano ai sintomi che esso, somministrato in dosi massive, può provocare in un individuo sano, "il caso ideale – diceva Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia moderna – è quello in cui la malattia artificiale causata dal medicamento, coincide esattamente con la reale malattia che devo curare". Dobbiamo quindi dire che esistono tante malattie per quanti sono i malati.
L'oggetto dell'omeopatia dunque è il singolo uomo malato, cioè il singolo individuo considerato come essere irripetibile, caratterizzato dalla sua storia biopatologica che ha radici in ciò che egli ha ereditato alla nascita, in ciò che ha acquisito durante la sua esistenza e nel modo di porre sé stesso nei confronti della realtà in cui vive.
Tenendo conto della specificità dell'individuo e della specificità del medicinale, l’intervento terapeutico è valutato in riferimento alla globalità complessiva delle funzioni e dalla storia biologica del malato.
Del resto la medicina applicata conserva anche nel tempo attuale aspetti di arte, nella quale entra con prepotenza la capacità, l'esperienza e l'attenzione dell'operatore, poiché molto spesso la realtà individuale della malattia deforma la sequenza degli eventi e le loro manifestazioni estraendola dalle classificazioni. Possono divenire necessarie conclusioni nuove rispetto agli schemi consegnati nei testi di patologia, vere solo per quell'uomo, in quel periodo della sua vita. Questa individualità irripetibile della patologia umana costituisce in omeopatia la sostanza immodificabile dell'arte della diagnosi, della clinica quale "scienza dell'individuale".
La patologia è uno stato mutevole e non una categoria statica, il trattamento deve essere impostato in rapporto al tipo di malattia, alla condizione del malato, alle condizioni ambientali e climatiche. Del resto un farmaco agisce diversamente in due malati aventi la stessa diagnosi, lo stesso sesso, la stessa età e la stessa corporatura; agisce diversamente a seconda di quando viene somministrato.
Si afferma così una medicina centrata sul paziente che prende in considerazione la storia del malato, con particolare riferimento alle tendenze patologiche ereditate, ai momenti critici dell'infanzia e dell'adolescenza, alle abitudini alimentari, al particolare stato emotivo, affettivo e mentale del malato, cioè alle condizioni sensoriali, funzionali e lesionali complessive del malato, nonché il momento particolare in cui il processo patologico si instaura, le condizioni psico-sociali del malato, il comportamento dei suoi familiari, le modificazioni che la malattia porta sulla vita sociale e di relazione, le condizioni dell'ambiente di vita e di lavoro, lo stile di vita, le aspettative nella vita e nei confronti della malattia. Una medicina insomma che in ogni momento sia in grado di cogliere nel loro complesso tutti i sintomi , compresi quelli non certificati dal paradigma dominante, valorizzandoli e gerarchizzandoli.
 
6) II malato viene valutato come essere isolato a sé stante
Ostinarsi a considerare la problematica del singolo malato come un quadro clinico isolato e astratto così come è riportato sui sacri testi di patologia speciale medica o chirurgica della medicina scientifica, appare perlomeno insufficiente. È ridicolo poi che una procedura medica, come quella ufficiale, che tiene conto solo e soltanto di un singolo aspetto clinico, sia etichettata come scientifica, cioè nata dalla conoscenza e oggi inconfutabile e che invece metodiche come l'omeopatia che si rivolgono alla complessità, pur se con approcci metodologici definiti empirici, siano considerate cialtronerie.
È ovvio che l'intervento del medico deve inserirsi nella realtà dell'individuo, tenendo conto del sistema di significati e di forze in cui il malato è immerso, dei sottosistemi in cui egli vive e opera, quali l'ambito familiare, quello lavorativo, ecc., degli effetti biologici specifici che questi ambiti determinano nel singolo soggetto, considerando che il rapporto medico-malato nonché lo specifico agente terapeutico selezionato per la cura, sono essi stessi un sottosistema che deve essere armonizzato con gli altri sottosistemi perché possa curare efficacemente. Di questo nelle università, anche le più famose, non si fa parola.
7) Non spetta al malato scegliere la sua cura
La medicina ufficiale opera mantenendo il malato in una condizione di passività. Non è importante che il malato comprenda la sua malattia e tantomeno che egli assuma un atteggiamento di scelta e protagonismo.
In omeopatia viene avvalorata la richiesta, non soddisfatta dal sistema medico ufficiale, della possibilità per il malato di sentirsi parte in causa e responsabile di fronte al proprio stato di malattia e di disagio, rispondendo alla crescente affermazione di protagonismo da parte dei malati, espressa come richiesta esplicita di un maggiore coinvolgimento nella comprensione dello stato di malattia e nella scelta della soluzione terapeutica. È in questo atteggiamento che la figura del malato si manifesta sempre più come utente.
8) Ciò che è scientifico è verità assoluta
Per la medicina convenzionale ciò che appare come rispondente a parametri scientifici, siano essi prefissati o coniati al momento, peraltro continuamente mutevoli e imposti in un dato momento dell'evoluzione della scienza medica, è verità assoluta da imporre. Attualmente un effetto terapeutico per essere preso come vero deve essere "statisticamente significativo" cioè deve avverarsi nelle sperimentazioni almeno 96 volte su 100. Dunque se con un metodo terapeutico migliorano 96 persone affette da mal di testa su 100, quel metodo sarà considerato e riconosciuto sicuramente efficace, se invece migliorano 94 persone su 100, cioè solo due persone di meno, quel metodo non entrerà a far parte, in nessun caso, dei trattamenti sicuramente efficaci. Tutto questo è veramente assurdo ! È interessante sottolineare inoltre che i risultati di uno stesso studio clinico, a seconda del metodo statistico usato, possono apparire validi almeno 96 volte su 100 o validi meno di 94 volte su 100, possono cioè dare due risultati opposti.
Attualmente, una ricerca scientifica che dimostri che una terapia è efficace nel 100% dei malati è per la medicina ufficiale scarsamente significativa, se non viene inderogabilmente confrontata con un gruppo omogeneo (ma omogeneo solo dal punto di vista del quadro patologico impersonale!) trattato con placebo. Per l'omeopatia ciò che è vero, come la guarigione, è evidenza e compito della ricerca (ma ben condotta e secondo i significati che è utile evidenziare in omeopatia, cioè il quadro patologico complessivo del malato e non la malattia come astrazione) è mettere in luce le peculiarità di un metodo: la durata dell'effetto terapeutico ottenuto, l'assenza di effetti collaterali, la piena soddisfazione del malato ecc.
9) Non esistono altre verità
Per la medicina convenzionale poiché l'unica verità è la malattia così come è definita, l'affrontare la complessità del malato in tutti i suoi aspetti non è scientifico e non rappresenta una verità da affrontare. Per questo la medicina convenzionale chiede all'omeopatia di dimostrare la sua efficacia solo attraverso la capacità di agire sui quadri patologici da essa stessa identificati come unica realtà. Non prende in considerazione il fatto che l'omeopatia può spesso raggiungere risultati brillanti occupandosi del quadro patologico individuale complessivo (talvolta riuscendo anche ad affrontare il quadro patologico secondo lo standard richiesto, talvolta riuscendovi meno).
La ricerca che la medicina convenzionale chiede all'omeopatia non ha senso. Nessun omeopata affronta nel suo studio una terapia rivolta al quadro patologico impersonale. Eppure ogni omeopata può dimostrare nella propria casistica una minore incidenza di aggravamenti dei quadri patologici complessi dei suoi assistiti, dimostrando un effetto preventivo del metodo omeopatico e una maggiore soddisfazione della più parte dei malati e una migliore qualità di guarigioni in molti quadri patologici individuali.
 
         10) Ciò che non è scientifico è casuale
Per la medicina non convenzionale ciò che non è scientifico è casuale e come tale da non prendere in considerazione. Nei confronti dell'omeopatia si afferma, tra l'altro, che il rimedio non può agire perchè troppo diluito. Come si può allora considerare l'effetto dimostrato che alcune persone starnutiscono alla vista di una semplice fotografia della pianta a cui sono allergici? È lecito chiamare placebo tutto ciò che non conosciamo?
A QUESTO PUNTO SONO NECESSARIE ALCUNE CONSIDERAZIONI.
La medicina moderna poggia su una concezione che presenta dei modelli d'interpretazione della malattia imposti come l'unica verità. Tuttavia a ben vedere se ci riferiamo a una malattia, ad esempio all'asma, questa non è una realtà assoluta, è solo un modello medico, così come è un modello medico il quadro di Arsenicum album che ha un quadro sindromico comprendente contemporaneamente affanno notturno, paura di morire, grande freddolosità con sollievo sorseggiando bevande calde. Chi fa riferimento a un altro modello dunque, di fronte allo stesso malato, vede Arsenicum album e non l'asma. Oggi sullo scenario della sanità non c'è la verità, ma solo un unico modello imposto.
L'uomo è una complessità in divenire regolata da leggi universali, che siamo ben lontani dall'essere in grado di investigare, seppur marginalmente, con i metodi analitici moderni. Cosa rende vivo un essere umano? Qual è il primum movens della malattia? Cosa porta effettivamente un malato a guarigione? Cosa rende inanimato un corpo e lo porta a morire? Questi e altri, sono tutti quesiti a cui non sappiamo rispondere con la scienza moderna. Ma di fatto ignoriamo e non sappiamo intervenire sulle cause di aspetti clinici molto più semplici. Perché un mal di testa compare a sinistra e non a destra? Perché, in ogni crisi, impiega un tempo definito per attenuarsi e scomparire? Perché in taluni soggetti viene sempre a una determinata ora del giorno? Queste considerazioni, come la maggior parte di quelle che possono essere fatte di fronte ai sintomi presenti nei singoli quadri patologici se indagati con attenzione da ciascun osservatore medico e non, impongono l'assunto che, essendo l'essere umano una complessità ignota in divenire, l'unica possibilità per agire correttamente sulla malattia è quella di promuovere indirettamente un processo di auto-guarigione, piuttosto che agire direttamente sulla malattia col pericolo di creare alterazioni di delicati meccanismi che potrebbero addirittura causare futuri danni sulla nostra specie.
L'omeopatia e le medicine non convenzionali non solo offrono una chiave d'interpretazione, costruita con processi analogici, di molti degli aspetti citati, ma quello che più conta ed è di interesse per gli ammalati, offrono un mezzo per aiutare l'uomo profondamente, senza effetti collaterali e in modo durevole.
Dunque, l'omeopatia rappresenta un patrimonio che va difeso e che non possiamo perdere!
È infatti evidente che la malattia ha rapporto con la capacità di espressione dell'individuo, quindi con il suo stato mentale e fisico, è oggettiva la unicità e irripetibilità dell'individuo e dunque la specificità di ogni singolo quadro morboso, ed è dunque inconfutabile l'indispensabilità di utilizzare un medicamento specifico capace di migliorare la reattività di ogni singolo individuo malato, unica forza in grado di innescare il processo di autoguarigione, il solo processo in grado di ridare salute a chi è caduto in malattia.
Allo stato attuale l'omeopatia con le medicine non convenzionali rappresenta dunque quanto di meglio abbiamo a disposizione per sostenere l'individuo nel recupero dei processi di automantenimento della salute e di autocura.
Situazione attuale
In ossequio all'orientamento generale dell'establishment sanitario, che a livello mondiale, più di venti anni fa, ha stabilito il ruolo secondario delle medicine non convenzionali nella sanità, le medicine non convenzionali sono state indebolite operando una divisione tra loro. Questo è visibile, in caduta, anche a livello europeo, ad esempio nelle scelte del Consiglio d'Europa che ha concesso una qualche attenzione all'agopuntura rispetto alle altre medicine non convenzionali.
Stessa cosa è avvenuta a livello nazionale. In Italia, che fa parte di quelle nazioni in cui esiste un sistema "esclusivo" o "protetto" che consente al medico di praticare un solo tipo di medicina cioè la medicina scientifica resa in tal modo ufficiale, il mondo istituzionale ha fatto altrettanto: abbiamo già riportato in altra occasione la recente posizione del Consiglio Superiore di Sanità, che condanna l'omeopatia come pratica empirica, priva di qualsiasi fondamento.
Va detto tuttavia che nell'universo della realtà delle medicine non convenzionali si muovono aspetti apparentemente contrastanti. In America, il Centro Nazionale per la Medicina Complementare e Alternativa, ha attualmente a disposizione un bilancio pari a 90 miliardi di lire per la ricerca in questo ambito, e non è cifra da poco! Ma come verranno spesi questi soldi? Col fine di evidenziare le peculiarità e i vantaggi delle medicine non convenzionali o con quello di snaturarle in quanto empiriche e non scientifiche?
È vero che, tornando alla realtà italiana, sono stati discussi in Parlamento progetti di legge relativi alle medicine non convenzionali, ma questi progetti non tengono conto della necessità di dare piena dignità alle medicine non convenzionali, e soprattutto non hanno nessuna possibilità di diventare leggi effettive; è vero che alcuni Ordini dei medici hanno aperto dei registri per censire i medici competenti in agopuntura e omeopatia, ma il fine di questa iniziativa sarà quello di misurare il fenomeno per affrontarlo e limitarlo o quello di dare un reale riconoscimento agli operatori del settore? Appare che l'omeopatia viene fatta in taluni ospedali pubblici, ma in questo ambito sono garantiti gli standard di competenza e qualità, i tempi minimi richiesti a una prima visita omeopatica? Sembra vero, ancora, che sono stati resi disponibili dei fondi straordinari del Sistema Sanitario Nazionale per il rimborso delle spese dei malati che si sono rivolti alle medicine non convenzionali, ma crediamo davvero di poterci mettere in tasca i soldi spesi per l'omeopatia e l'agopuntura? Anche se alcune riviste enfatizzano i risultati delle medicine non convenzionali, le riviste scientifiche, dopo l'input dato dalla letteratura scientifica americana, condannano duramente l'omeopatia e sono le riviste scientifiche di grido quelle che fanno da polo di riferimento per le decisioni istituzionali o i rotocalchi? La produzione dei prodotti omeopatici, come riporterò a breve, è gravemente minacciata; sapevate che la Francia, che molti considerano la dimora naturale dell'omeopatia, ha visto recentemente eliminare dal mercato i nosodi, rimedi importantissimi e insostituibili nella pratica clinica omeopatica?
D'altra parte gli elementi che tendono ad opporsi a questo stato di cose, sono rappresentati dalla delibera del Parlamento di Strasburgo (maggio 97) a favore delle medicine non convenzionali, dal movimento culturale costituito dai malati che si rivolgono alle medicine non convenzionali, dai pochi operatori che sentono realmente la problematica: vi do assoluta certezza di quest'ultima affermazione, cioè che gli omeopati colpiti da questa problematica sono pochi, in quanto ho toccato con mano che se l'omeopatia dovesse essere inglobata nel sistema sanitario nazionale, col 60% in meno del suo armamentario terapeutico, cioè col 60% in meno dei rimedi che sono stati utilizzati fino a oggi, si conterebbero sulla punta delle dita di una mano i medici che, pur perdendo concretamente la possibilità di praticare l'omeopatia, non griderebbero "grande vittoria".
Tuttavia sia che si veda il processo di istituzionalizzazione delle medicine non convenzionali in atto con ottimismo o con pessimismo, c'è un enorme rischio. Fino a oggi le medicine non convenzionali erano coltivate dai pochi medici interessati, da intere famiglie che si curavano solo con l'omeopatia e rappresentavano un mondo a sé, che ha potuto mantenere integri i suoi presupposti. Oggi che le medicine non convenzionali sono dibattute a livello politico e istituzionale, oggi che case farmaceutiche producono o non producono i farmaci omeopatici, che prima non a caso si chiamavano rimedi ed erano dispensati dagli stessi omeopati, oggi dunque, è sempre più probabile che si snaturino i contenuti che sono alla base dell'omeopatia. Il rischio è che oggi, alla fine di questo processo innovativo, ci si possa trovare con medici cosiddetti omeopatici, formati malamente dalle case farmaceutiche, che di fatto non fanno omeopatia, perché prescrivono il prodotto omeopatico attraverso una visita che non ha nulla della procedura omeopatica, in quanto è rivolta alla malattia e non al malato. Ci si potrebbe trovare, come già sta avvenendo, di fronte a prescrizioni di prodotti che, pur avendo sulla scatoletta sovraimpressa la dizione "rimedio omeopatico", non hanno più nulla di omeopatico, perché nella migliore delle ipotesi, quando non si tratta di tinture madri, sono complessi di rimedi che non sono stati selezionati secondo la legge di similitudine.
Indubbiamente l'aspetto fondamentale è che dobbiamo essere uniti, e formare un blocco unico, come utenti e operatori delle medicine non convenzionali.
Del resto va detto che, negli ultimi decenni, i malati e i loro familiari hanno acquisito un diverso modo di porsi. Essi sono stati i protagonisti assoluti di un processo che ha modificato radicalmente il razionale terapeutico.
Questo processo ha affermato che ciò che serve alla salute del malato può essere stabilito solo dal malato stesso: decisioni di questo genere possono essere formulate soltanto dall'individuo che si autodetermina e si vincola autonomamente a una scelta di valori prioritari a cui il medico deve rispondere.
Il nuovo principio di autonomy riconosciuto pienamente valido dalla bioetica americana ha negato ogni legittimità al paternalismo medico, atteggiamento in forza del quale il professionista si sentiva autorizzato, a prescindere dalle personali richieste del malato, ad assumere ogni tipo di decisione terapeutica al fine di raggiungere quanto ritenuto utile dal terapeuta, talvolta anche in opposizione alle volontà del proprio assistito.
Dunque ciò che è indicato per il malato non può prescindere dalle preferenze, dai gusti, dai desideri, legati alla storia personale del malato, e quindi da un quid che gli è specifico e che si esprime anche attraverso la sua scelta terapeutica.
La forza di questo contenuto non può ovviamente essere messa in discussione dall'osservazione che talvolta, nelle urgenze, il malato versa in condizioni tali da non essere in grado di decidere per lui stesso, essendo questa una condizione limite. Questo nuovo apporto all'ethos della medicina, gridato a gran forza dai malati, ha certamente portato a modificare numerosi articoli dello stesso codice di deontologia medica. È evidente ai giorni nostri che la forza di questi nuovi contenuti, di cui i malati sono gli unici e indiscussi protagonisti, ha creato di fatto lo spazio per l'affermazione delle Medicine Non Convenzionali e può creare la base per una loro legittimazione.
Io credo che innanzitutto dobbiamo difendere il rimedio omeopatico. Infatti per indebolire ulteriormente l'omeopatia è stato deciso di danneggiarla nella sua sostanza cioè nel suo presidio terapeutico fondamentale: il rimedio omeopatico. Per portare avanti questa operazione era importante che il rimedio, da sempre concepito come qualcosa di completamente diverso dal farmaco, diventasse esso stesso farmaco: come farmaco poteva finalmente essere controllato, esistendo già una specifica normativa a misura di quanto stabilito dall'ordinamento sanitario.
Ricordiamo la lettera di Hahnemann agli speziali, con cui egli rivendicava che fosse l'omeopata a fabbricarsi i suoi rimedi, perché estranei in tutto ai procedimenti di fabbricazione farmaceutici.
L'identificazione del rimedio omeopatico come farmaco è stata portata avanti e realizzata a partire da quindici anni fa, facendo leva sull'interesse delle case farmaceutiche desiderose di occupare un mercato ancora artigianale, in cui un certo numero di omeopati e qualche farmacista confezionavano essi stessi i rimedi per i propri assistiti. A livello istituzionale si è quindi risposto alla richiesta delle case produttrici omeopatiche, dando loro il benestare a produrre e a commercializzare i rimedi, a patto che questi venissero considerati, una volta per tutte e per sempre, farmaci a tutti gli effetti.
Le case farmaceutiche hanno accettato questa proposta senza riserve, accogliendo da oltre un decennio la direttiva europea e le restrizioni ministeriali mirate ad eliminare il 60% dei rimedi omeopatici, di buon grado, spesso anticipandole, in quanto in termini economici per una casa produttrice è ottimale produrre pochi "pezzi" e di questi venderne il maggior numero possibile, piuttosto che produrre tutti i "pezzi" necessari all'omeopata, ma venderne ciascuno in numero minore.
Conoscete la lettera del direttore tecnico della Boiron del 9-11-1998, che fa riferimento alla commercializzazione di alcuni medicinali omeopatici? In essa viene comunicata la sospensione immediata della commercializzazione di Luesinum, Medorrinum, Morbillinum, Pertussinum, Psorinum.
A questa iniziativa della casa omeopatica francese, che è già stata comunicata al Ministero della Sanità Italiano, seguirà, a breve, l'uniformarsi di tutte le case farmaceutiche omeopatiche a questo indirizzo e avremo l'impossibilità assoluta di reperire sul mercato i rimedi indispensabili per la nostra terapeutica.
Su quali altri aspetti possiamo riflettere? Certamente sul fatto che:
– un sistema medico "esclusivo" come quello operante in Italia cozza con i dettami della costituzione
– i medici dovrebbero avere a disposizione differenti modelli medici per operare le proprie scelte per praticare al meglio la propria arte. Dovrebbero mantenere la stessa disponibilità nei confronti di differenti modelli medici.
– ammesso e non concesso che la medicina moderna sia scientifica (nel senso che, rispetto a quanto osservato descrive sempre e soltanto aspetti oggettivi) e che l'omeopatia non lo sia, chi ha detto che la medicina per essere efficace e valida deve essere scientifica? Il fine della medicina è quello di curare i malati, non necessariamente quello di essere scientifica; la validità di una medicina è da rapportarsi a quanto sollievo apporta ai malati. – tutto ciò che non si spiega scientificamente non rientra necessaria­mente nell'essere "placebo".
Dovremmo inoltre preoccuparci che sia salvaguardata la competenza dei medici omeopatici. A valle della tendenza della scelta, operata dalle istituzioni, di considerare la gestione delle medicine non convenzionali aspetto di competenza esclusivamente medico, c'è la precisa volontà di far gestire un modello diverso di medicina a una categoria, che avendo assimilato il modello scientifico moderno come unica verità in assoluto, è pronta a snaturare qualsiasi modello diverso.
Forse è tardi per opporsi efficacemente a che l'impiego dell'omeopatia sia appannaggio anche di altre figure professionali, possiamo però preoccuparci affinché i medici che praticano l'omeopatia siano effettivamente competenti.
Dovremmo vigilare a che i medici acquisiscano una reale capacità in omeopatia; i medici che usano i complessi omeopatici o i derivati erboristici non sono omeopati. L'omeopatia gestita da incompetenti o da medici con bassa competenza in omeopatia fa decadere ogni dignità della metodica.
Dovremmo quindi operare a che gli Ordini tutelino la dignità della professionalità medica e la difesa della salute dei cittadini, garantendo la qualità della formazione in omeopatia.
Dovremmo dunque vigilare e essere attivi non solo per difendere ma per affermare con ogni mezzo l'omeopatia, perché essa è un tesoro che appartiene all'umanità ed è un valore troppo grande che non può assolutamente essere perso.
Aldo Liguori Direttore Sanitario del Centro Clinico Paracelso – Roma
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