La nuova proposta di direttiva della CEE: un pericoloso attentato all’omeopatia

 

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N.3 MARZO 1993
La nuova proposta di direttiva della CEE:
un pericoloso attentato all'omeopatia

Il Consiglio della CEE ha recentemente adottato una direttiva che dovrebbe regolamentare la commercializzazione dei farmaci omeopatici nei paesi europei.
Se ne è parlato a una tavola rotonda tenuta a Roma il 4 febbraio scorso, cui hanno partecipato fra l'altro alcuni parlamentari europei, rappresentanti della FIAMO (Federazione Italiana Medici Omeopatici), del Gruppo Antroposofico Italiano, dell'ANIPRO (Associazione Nazionale Italiana Produttori Omeopatici), dell'Ordine dei Farmacisti, dell'Alister (Associazio­ne per la libertà di scelta della terapia). Ha assistito al dibattito anche un rappresentante di Archivio Salute.
Questa direttiva è stata generalmente accolta in termini positivi dagli addetti ai lavori in quanto, dicono, provenendo da un organismo ufficiale, è un'iniziativa che riconoscerebbe finalmente l'omeopatia come medicina e darebbe dignità di farmaco al rimedio omeopatico.
Possono dunque rallegrarsi i moltissimi utenti che hanno scelto di curarsi con l'omeopatia? Possono essere soddisfatti i medici che praticano la medicina omeopatica e che subiscono molto spesso il sarcasmo e la derisione dei cultori della “medicina scientifica” e dei ricercatori che fanno il tifo per la farmacologia industriale? Dopo secoli di lotte fra la medicina accademica e ufficiale e le medicine tradizionali, occorre andare molto cauti e non credere alle facili vittorie. Infatti le dimostrazioni di chiusura totale verso queste medicine non sembrano diradarsi, anzi sembrano essere sempre più arroganti ed assolute.
Prendiamo quindi in esame la direttiva CEE.
Per esplicita ammissione dei parlamentari europei presenti alla tavola rotonda, che hanno partecipato ai lavori, essa ha come base di partenza “…l'ampliamento di due direttive preesistenti relative ai prodotti tradizio­nali o allopatici…”.
La direttiva CEE propone infatti di stabilire una registrazione sempli­ficata per i medicinali omeopatici che abbiano
un grado di diluizione tale da garantire l'innocuità del medicinale; in particolare il medicinale non può contenere più di una parte per 10.000 di tintura madre né più di 1/100 della più piccola dose eventualmente utilizzata nell'allopatia per i principi attivi la cui presenza in un medicinale allopatico comporta l'obbligo di presentare una ricetta medica.
In altri termini questi prodotti a registrazione semplificata possono essere venduti senza che abbiano percorso l'iter previsto per un medicinale presso il Ministero della Sanità e senza ricetta medica. Per tutti gli altri farmaci è necessaria una registrazione analoga a quella prevista per i farmaci allopatici.
In pratica la direttiva CEE propone di costringere i farmaci omeopatici a rientrare nelle regole definite per quelli allopatici (ma è possibile questo se la stessa parola allopatia indica l'opposto di omeopatia?) e ignora deliberatamente quello che è o dovrebbe essere l'omeopatia, le sue particolari modalità di azione, la secolare esperienza finora acquisita e soprattutto una definizione appropriata di che cosa significa innocuità e efficacia del preparato omeopatico.
Per la legge italiana, ma ancor più in generale per la scienza medica moderna può essere definito farmaco
ogni sostanza o composizione presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane o animali, nonché ogni sostanza o composi­zione da somministrare all'uomo o all'animale allo scopo di stabilire una diagnosi medica o di ripristinare, correggere o modificare funzioni organiche dell’uomo o dell’animale. Per sostanza si intende qualsiasi materia di origine umana o animale o vegetale, o di origine chimica, sia naturale che di trasformazione o di sintesi.
Secondo questa definizione, può un prodotto omeopatico essere ritenuto un farmaco al punto che, come tale, ne possa essere regolamentata la vendita e la distribuzione? All'interno di un preparato omeopatico, per via del particolare procedimento di progressiva diluizione che viene effettuato, non resta traccia della sostanza originaria. Inoltre, a differenza del farmaco allopatico, il preparato omeopatico produce in un organismo vivente modificazioni funzionali soltanto se l’organismo è malato.
Noi riteniamo quindi che per definire farmaco il preparato omeopatico, sia necessario cambiarne in modo radicale la definizione.
Se si usa il criterio convenzionale, derivato dall’esperienza farmacologica allopatica per stabilire le direttive che regolano l’approvazione, la produzione e commercializzazione dei prodotti omeopatici, così come la loro possibile soppressione, è inevitabile che le scelte che si sono fatte e che si faranno non avranno niente a che fare con l’omeopatia, che ha criteri radicalmente diversi dalla medicina allopatica.
Cosa succederà dei rimedi omeopatici costretti dalla nuova normativa a sottostare allo stesso iter dei farmaci allopatici?
È già successo in Italia che una circolare della direzione generale del servizio farmaceutico del Consiglio Superiore di Sanità nel 1989, acclamata anch’essa da tanti addetti ai lavori come un implicito riconoscimento dell’omeopatia, ha messo tout court al bando senza motivi plausibili una serie di farmaci omeopatici fondamentali.
Assisteremo ad un ulteriore sfrondamento del prontuario dei rimedi omeopatici?
Ritornando alla tavola rotonda del 4 febbraio, siamo stati testimoni anche questa volta del fatto che molti addetti ai lavori – medici che praticano l’omeopatia, produttori di farmaci omeopatici, parlamentari autori di progetti di legge specifici – cantano vittoria, qualcuno ingenuamente ma molti forse non con la coscienza completamente limpida, sul fatto che la direttiva CEE, per il solo fatto di esistere, sia un implicito riconoscimento dell’omeopatia, e risulti comunque un fatto positivo. Viene invece il sospetto che essa si aggiunga ad altri segnali che lasciano presupporre l'esistenza di una manovra il cui scopo è forse di trasformare le medicine tradizionali, come appunto l’omeopatia, in un qualcosa che non possa rappresentare una sfida e un pericolo per la medicina ufficiale e per la sua posizione di assoluto predominio, che non metta in discussione le prerogative dell’establishment medico e la logica imposta dagli interessi delle lobbies farmaceutiche.
L’approccio di questa manovra è apparentemente morbido: messe al bando per anni, le medicine tradizionali sembrano cominciare a trovare porte aperte persino presso le istituzioni, ma se si analizzano attentamente le cose, ciò che può apparire è che le porte si aprano soltanto a frammenti di queste medicine, quei frammenti che, opportunamente plasmati, permetteranno di incorporarle senza danno all'interno della medicina ufficiale convenzionale. Ma a quel punto non esisterà più la medicina omeopatica, esisterà invece una tecnica che avrà soltanto il nome di omeopatia, ma che avrà perduto il suo patrimonio originale e quindi gran parte del suo potenziale terapeutico: in altre parole, i benefici che se ne potranno trarre saranno minimi rispetto alle sue potenzialità.
Nel corso della tavola rotonda si è potuta rilevare una generale indifferenza a questo problema così importante per tutto il mondo omeopatico e invece una notevole partecipazione a discutere di altri aspetti più particolari e quindi oggetto di interessi più specifici, che hanno distratto un po’ tutti da questo problema centrale. Su questi problemi particolari, che riguardano ad esempio la mancata inclusione dei farmaci antroposofici, il divieto di imporre ai prodotti omeopatici nomi di fantasia, i contenuti delle etichette dei farmaci e così via, gli omeopati potrebbero vedere riconosciute le loro richieste e illudersi quindi di aver ottenuto delle vittorie, ma nel frattempo avranno accettato quella che sarà la loro vera sconfitta: l’omeopatia snaturata e asservita alla medicina ufficiale. Sconfitta che graverà realmente su tutti, omeopati, antroposofici, utenti.
Può essere legittimo il dubbio, che però nessuno ha sollevato, che la direttiva CEE abbia tra l’altro lo scopo di tastare il terreno, di verificare l’entità e la qualità delle opposizioni, di assicurarsi in pratica che la medicina omeopatica possa essere eliminata, assorbita, neutralizzata o quanto altro senza che insorga seriamente un contrasto né da parte degli addetti ai lavori, né degli utenti, che pure tanta parte hanno sempre avuto nel sostenere l’omeopatia e nell'esercitare una crescente pressione popolare, tale da costringere l’establishment a intervenire.
Quali iniziative intendono seriamente prendere quelli che sono contrari alla direttiva CEE? In che termini vogliono fare sentire la propria voce e il peso della loro esperienza che in questa direttiva mancano del tutto? Quanto sono disposti ad intervenire per salvaguardare l’integrità dell'omeopatia?
Rispetto a questa problematica, è ad esempio doveroso da parte nostra segnalare alcuni interventi che alla tavola rotonda hanno rivelato come alcuni medici omeopatici non abbiano individuato i pericoli presenti nella direttiva CEE per l'omeopatia, ma abbiano addirittura proposto delle limitazioni ulteriori alla sua esistenza ed affermazione. È il caso del rappresentante della Federazione Italiana dei Medici Omeopatici, che ha fra l’altro lamentato il fatto che la proposta CEE, mantenendo la registrazione semplificata per diversi prodotti omeopatici, consente a
un paziente qualsiasi di acquistare un farmaco omeopatico senza la ricetta di un medico, trascurando il fatto che la prescrizione di un medicinale, in questo caso il medicinale omeopatico, è l’ultima fase di un atto medico, un atto che comporta una serie di passi che vengono di colpo completamente oltrepassati.
Da questa affermazione appare quindi che il medico in questione, rivendicando degli interessi puramente corporativistici, chiede l’obbligo della prescrizione medica per tutti i rimedi omeopatici e quindi che essi siano tutti assoggettati alla stessa registrazione dei farmaci allopatici.
L’omeopatia si è affermata storicamente e ha raccolto adesioni fra la gente di tanti paesi non solo per la sua efficacia, ma anche per la sua capacità di sostenere e stimolare l’autonomia degli utenti, di aiutarli a gestire la propria salute anche in prima persona. I professionisti che hanno avuto a cuore l’omeopatia non hanno mai sentito il bisogno di affermare il ruolo indiscusso del medico che solo può decidere che cosa un paziente deve fare per la propria salute, si sono preoccupati di accrescere il proprio valore per far risultare dai fatti oggettivi la propria utilità ed il proprio ruolo. D’altro canto chi si cura da anni con l’omeopatia sa come rispondere a un mal di testa, ad un’indigestione, ad un lieve trauma senza dover ricorrere al medico e nessun medico omeopatico si è mai sentito sminuire da ciò, anzi ha cercato di promuovere questa tendenza del paziente omeopatico a conoscere maggiormente se stesso e ad affrontare senza ricorrere al medico i problemi di salute più semplici. Lo dimostrano i prontuari d’urgenza che spesso i medici omeopatici distribuiscono ai loro pazienti.
Per questi motivi la posizione di quel rappresentante ci sembra difficilmente accettabile. Quello che poi ci lascia perplessi è che essa sia stata condivisa e sostenuta da associazioni quali ad esempio l’Alister. Rimane il dubbio che essa non sia stata compresa da questa associazione, che sostenendo tale tesi entra in contraddizione pratica con le proprie posizioni a favore di una maggiore presenza e autonomia degli utenti.
Prima di prendere in esame la direttiva CEE, forse sarebbe stato bene chiederci dove e da chi nasce l’esigenza di una regolamentazione dell’omeopatia. Dovremmo analizzare bene questo aspetto per cercare di capire i presupposti e le conseguenze di una simile regolamentazione.
Fra le tante medicine estranee all’ufficialità, l’omeopatia ha conquistato e mantenuto nel tempo una posizione di rilievo. Questo risultato è dovuto unicamente al valore del suo potenziale terapeutico e all’impegno e all’ostinazione con cui una certa fascia di medici l’ha praticata e diffusa e una certa fascia di utenti l'ha voluta o dovuta seguire. Nessun tipo di sostegno le è mai stato dato dalle strutture ufficiali, dove è concentrata la totalità delle risorse economiche pubbliche e private per la sanità. I seguaci dell’omeopatia l’hanno praticata e diffusa con mezzi propri, a prezzo di grandi fatiche. Ma se non altro hanno potuto applicare l’omeopatia sulla base dell’esperienza propria e dei medici che li avevano preceduti, verificandone i principi e la validità attraverso la pratica quotidiana e riuscendo a impostare le terapie, la produzione dei farmaci e, pur entro limiti ristretti, la sperimentazione sulla base delle loro conoscenze, esperienze e possibilità, al di fuori dei canali ufficiali quasi sempre governati da interessi che con la salute hanno poco a che fare. E i risultati si sono visti. Sempre più persone si sono rivolte all’omeopatia, disposte a pagare di tasca propria anche in presenza di un’organizzazione statale che impone i contributi per una medicina ufficiale che i pazienti omeopatici non usano e che spesso hanno riscontrato inutile se non addirittura dannosa.
I vari apparati della Sanità, che da sempre hanno ostacolato o nel migliore dei casi ignorato l’omeopatia, oggi prendono in considerazione la direttiva CEE e si preparano a intromettersi nella materia in nome del benemerito obiettivo di salvaguardare la sicurezza dell’utente. L’utente va protetto, è il principio, occorre assicurarsi che i farmaci omeopatici siano veramente efficaci e che non danneggino la salute. Ma da dove nasce questa necessità, se nel corso di decenni non si è mai registrato un solo caso di danno provocato dall’omeopatia alla salute di una persona, se l’omeopatia ha guarito una quantità innumerevole di malati che sono spesso arrivati ad essa come all’ultima spiaggia, per chiudere con lunghe e dannose terapie allopatiche, per sottrarsi all’abuso del bisturi, per trovare un rapporto più naturale con la propria salute?
Non ci risulta che gli utenti abbiano richiesto una regolamentazione sull’omeopatia né che abbiano chiesto di essere protetti e che sia salvaguardata la loro sicurezza presumibilmente minacciata. Si sono curati per decenni con l’omeopatia “senza alcun danno, – dicono – anzi traendone decisamente dei benefici”. Non si sentono per niente in pericolo. Piuttosto, giungono istanze che sembrano esprimere la volontà di scrollarsi di dosso questa tutela imposta che, col pretesto di proteggere, tende a decidere tutto per noi dalla nascita alla morte, ogni passo della vita, senza lasciare niente all’iniziativa, all’esperienza e alla capacità di giudizio di un individuo. Nell’ambito della salute, non abbiamo chiesto noi utenti che la medicina venisse strutturata in questo tipo di organizzazione sanitaria, che fosse obbligatorio pagare i contributi per una sanità non scelta, che si permettesse di prescrivere e vendere farmaci che possono avere effetti collaterali dannosi, che i medici diventassero una categoria preposta a imporre unicamente la medicina ufficiale, che i malati finissero con tanta facilità nelle mani dei chirurghi, che le industrie farmaceutiche potessero imporre le proprie scelte alla struttura sanitaria. Ci sembra che niente di quello che avviene nel mondo della sanità sia l’espressione di una istanza da parte della gente. Di fronte a questo l’unica cosa che gli utenti giustamente rivendicano è di non essere costretti a pagare i rimedi omeopatici di tasca loro se già pagano “tasse sulla salute”, meglio ancora, vorrebbero pretendere di non pagare per una medicina che non usano e non vogliono usare. Questa, che è l’unica vera istanza degli utenti, è stata finora negata.
Adesso viene detto dalle strutture preposte che per fare rientrare i rimedi omeopatici nell’assistenza sanitaria, è necessaria una regolamentazione analoga ai farmaci allopatici. Ma perché? Non c’è alcuna relazione fra le due cose. Ci sono infatti paesi europei dove l’omeopatia viene rimborsata senza che ci sia una regolamentazione di questo tipo.
E allora, se non nasce dalle esigenze della gente, da chi nasce la richiesta di una direttiva? Chi ha interesse a farla?
Nasce dall’establishment medico, per il quale l’omeopatia sembra essere da sempre una spina nel fianco?
Nasce dal sistema politico che vede forse nel fenomeno spontaneo dell’omeopatia un pericolo alla stabilità della struttura sanitaria?
Nasce dalle esigenze delle aziende produttrici di farmaci omeopatici che forse vogliono strumentalizzare a proprio vantaggio una futura legislazione?
Ci sembra che in questo progetto anche le case farmaceutiche omeopatiche giochino un ruolo non indifferente. È necessario rilevare che l’impennata del prezzo dei rimedi omeopatici ha coinciso con l’ingresso nel mercato italiano dei grossi produttori. Di fatto questo prodotto, estremamen­te povero (per lo più a base di zucchero e tinture madri), che non richiede particolari macchinari (i farmaci sono fatti con un procedimento molto semplice che è uguale per tutti) ha un costo sproporzionato, che ha subito costantemente forti rialzi senza seri motivi plausibili.
Dietro la produzione dei farmaci omeopatici non ci sono neanche le costosissime spese che vengono sperperate ogni anno per la ricerca sui farmaci allopatici. Il contributo delle industrie farmaceutiche allo sviluppo dell’omeopatia è quasi del tutto inesistente.
La maggior parte delle industrie omeopatiche si dichiararono fra l’altro fondamentalmente d’accordo con la famosa circolare del 1989 citata precedentemente, emanata dalla direzione generale del servizio farmaceutico del Consiglio Superiore di Sanità e sollecitata dalle case farmaceutiche omeopatiche che con insistenza richiedevano una regolamentazione della produzione e vendita dei prodotti omeopatici. La circolare sanciva di fatto il divieto di produrre e commercializzare alcuni rimedi molto usati, i farmaci iniettabili, i derivati da sieri e organi umani, i derivati da ceppi batterici o virali vivi o attenuati. La motivazione data per questa circolare era anche qui la sicurezza dell’utente, anche se nessuno conosce l’omeopatia sia per quanto riguarda la sua efficacia sia per la sua eventuale pericolosità. Viene purtroppo il sospetto che iniziative di questo tipo, che chiaramente vanno contro il nostro interesse, servano proprio gli interessi delle industrie. La farmacopea omeopatica comprende infatti un altissimo numero di rimedi, troppi per un mercato che arriva sì e no a un fatturato di 70 miliardi l’anno e quindi non abbastanza remunerativo per aziende che non hanno certo a cuore l’omeopatia o il benessere dei pazienti, ma solo utili e profitti. La riduzione del numero di rimedi consentirebbe di razionalizzare la produzione ed elevare ancora di più i profitti. Perché impegnarsi nella produzione di tanti rimedi, molti dei quali di grande importanza terapeutica ma usati in un numero ridotto di casi? Anche perché produrre meno tipi di rimedi non significherebbe venderne meno, ma costringerci a utilizzarne altri al posto di quelli soppressi, poco importa se l’effetto terapeutico verrà ridotto. L'utente omeopatico si accontenterà o, più probabilmente, neanche verrà a conoscere la realtà delle cose e non riuscirà a rendersi conto che le sue possibilità di cura si sono ridotte.
Sia ben chiaro che qui non sono in discussione i profitti delle aziende farmaceutiche, ciò che si vorrebbe mettere in discussione è la ricerca del profitto anche dove è in alternativa alla salute della gente.
Ma quali interessi dovrebbe primariamente salvaguardare l’apparato statale? Quelli della produzione, quelli della scienza, quelli dei principi astratti o quelli dei consumatori (che in questo caso sono malati?).
Ci sembra ormai giunta l’ora di prendere atto che c’è una fascia crescente di popolazione che ha riscontrato la validità di medicine diverse da quella convenzionale e che questa realtà pone la necessità di approfon­dirne lo studio.
Chi ha il controllo delle risorse pubbliche dovrebbe mettere a disposizione gli strumenti necessari a portare avanti una seria formazione e una seria ricerca in omeopatia.
Dovrebbe rendersi conto che le attuali strutture organizzate non hanno nessun tipo di conoscenza e competenza in merito e quindi che questi strumenti per la formazione e la ricerca dovrebbero essere dati in gestione a chi ha esperienza in materia.
Identificare, riconoscere e tutelare il diritto di tutti i cittadini a esprimere le proprie scelte e a partecipare in prima persona alla realizzazione delle iniziative che lo riguardano ci sembra un modo più corretto di intervenire a favore della salute pubblica.
Va considerato che oggi in Italia chi vuole imparare onestamente e con competenza a praticare l’omeopatia lo deve fare soprattutto da autodidatta, perché non ci sono le risorse per fare una seria scuola di omeopatia né ci sono cliniche e ospedali dove praticarla.
Rileviamo inoltre che, secondo i dati ISTAT 1988, si sono spesi in Italia per la ricerca medico-farmaceutica oltre 2.000 miliardi di lire, di cui oltre il 50% provenienti dall’amministrazione pubblica. Se è vero, come dicono i dati più recenti, che in Italia la percentuale di persone che si cura con le medicine non convenzionali è salita a un 10-12%, la logica non vorrebbe forse che se non altro una percentuale analoga delle spese pubbliche per la ricerca venisse data a chi di competenza per la ricerca sulle medicine non convenzionali? Non significherebbe questo fare qualcosa di concreto e di utile in questo ambito?
Riteniamo che combattere l’ostracismo cieco della classe medica e politica, il corporativismo o l’apatica quiescenza di molti omeopati e di loro associazioni, come pure le iniziative dell’industria dirette esclusivamente ai propri interessi, è possibile in un modo soltanto: allargare la conoscenza alla base, fare in modo cioè che la maggior parte delle persone che sono interessate a curarsi con l’omeopatia o con altre medicine tradizionali siano consapevoli di questi problemi, acquisiscano una conoscenza di base dell’omeopatia per capire meglio che cosa è questa medicina e a che cosa invece vogliono ridurla, e facciano quindi sentire la propria voce con cognizione di causa.
Un’associazione che vuole fare realmente gli interessi degli utenti dovrebbe diventare, a nostro parere, veicolo di informazione e divulgazione, creare opinione in termini corretti e farsi portavoce di una base ampia di utenti che non vogliono rischiare di perdere questa medicina, che tante volte ha risolto laddove la medicina ufficiale ha fallito con terapie invasive e cruente. Invitiamo pertanto tutti gli utenti dell’omeopatia (che non vorremmo più chiamare “pazienti”), le associazioni di utenti, i medici omeopatici, i legislatori e tutti gli interessati a questo argomento ad aprire un dibattito in questa direzione.

Il gruppo di lavoro sull’omeopatia di Archivio Salute di Roma e Nettun

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