I principi del Taijiquan

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE – N.4 APRILE 1994

I principi del Taijiquan

Per gentile concessione dell'Istituto Paracelso, pubblichiamo un articolo tratto dalla rivista Orientamenti MTC. Esso pre­senta un'analisi profonda degli aspetti teorici e delle regole pratiche che contribuiscono a fare del Taijiquan una ginnastica capace di proteggere la salute e allungare la vita.
Introduzione
Tra le pratiche fisiche tradizionali cinesi, il Taijiquan (TJQ) è sicuramente quella che sta riscuotendo maggiore seguito e interesse nel mondo occiden­tale, soprattutto negli ultimi anni. Le sue caratteristiche di lentezza, fluidi­tà ed armonia nel movimento lo rendono più simile ad un'arte che ad un esercizio. Chi non lo conosce e lo vede praticare per la prima volta ha l'impressione di assistere ad una sorta di danza eseguita lentamente, in cui la sequenza preordinata dei vari movimenti si succede senza interruzione, senza pause né scosse. L'osservatore rimane affascinato dall'immagine di quiete distaccata e di leggerezza ed allo stesso tempo di profonda concen­trazione dell'attenzione e di stabilità che evoca in lui il praticante del TJQ. Tuttavia tali attributi non definiscono la vera essenza di questa disciplina lasciata in eredità dall'antica cultura cinese e che è parte integrante della MTC (Medicina Tradizionale Cinese). Cogliere l'aspetto esteriore del movimento, così dissimile dagli schemi tipici delle ginnastiche o delle pra­tiche fisiche in genere dell'Occidente, significa acquisire solo l'elemento più superficiale, visibile appunto, del TJQ. Risulta infatti incomprensibile come una sequenza di movimenti seppure armonici ed equilibrati, eseguita con costanza e regolarità per anni, possa contribuire a rallentare il proces­so di invecchiamento dell'organismo e costituisca un reale strumento tera­peutico nei confronti di svariate malattie croniche e di mantenimento dell'equilibrio psico-fisico per l'individuo, effetti per altro ampiamente do­cumentati dalla ricerca scientifica. L'essenza del TJQ risiede nei principi dell'antica filosofia cinese, su di essi è stata coerentemente impostata la serie dei movimenti che compongono la sequenza, ma è soprattutto la di­sposizione della mente, la direzione dell'attenzione che rappresenta il ful­cro, l'aspetto predominante della cosiddetta "ginnastica della lunga vita". Le radici del Taijiquan si perdono nella notte dei tempi, similmente all'agopuntura-moxibustione, ed esistono molte leggende sulla sua origine. Dai dati storici disponibili attualmente sembra che la prima forma di si­stematizzazione del TJQ in tempi moderni sia stata elaborata circa trecen­to anni fa, tra la fine della dinastia Ming (1368-1644) e l'inizio della di­nastia Qing (1644-1911).
Molto probabilmente questa revisione fu compiuta all'interno di un vasto lavoro di riesame e di compendio di molti testi di medicina allora disponibili, che fu tipico del periodo dei Ming. Tra le figure rappresentative di questa epoca (Zhang Sanfeng, Chen Wanting ed altri), spicca un famoso maestro chiamato Wang Zongyue, che verso la fine del XVIII secolo svolse una ricerca approfondita sugli stili popolari di boxe allora esistenti e sintetizzò quanto aveva raccolto in una boxe che chiamò Taijiquan.
Con il passare degli anni si pose una sempre maggiore attenzione al valore terapeutico e di mantenimento della salute proprio di questa tecnica e, come risultato, essa divenne popolare tra uomini e donne, giovani e anziani. Ma cosa significa il termine Taijiquan? La traduzione letterale è "Boxe del Polo Supremo" e già il nome contiene il riferimento esplicito ad uno dei principi basilari della filosofia naturalista e della cosmologia cinese, da cui ha attinto l'impianto teorico la stessa medicina cinese.
Il concetto di Polo Supremo (Tai Ji) è stato elaborato nel V secolo aC da Laozi, un personaggio mitico considerato comunemente il fondatore del pensiero taoista prima e della religione taoista poi, al quale è stato attri­buito il famoso testo Daodejing (Libro della Via e della Virtù). Egli per­fezionò il concetto di qi (nelle concezioni fisiologiche della MTC, il qi -energia e funzioni vitali- il sangue ed il fluido corporeo sono elementi fon­damentali del corpo umano; circolando incessantemente ed impregnando e nutrendo i tessuti, essi sostengono le normali attività vitali, ma la loro esi­stenza non è immediatamente e direttamente verificabile), precedentemen­te concepito come caos primordiale, una massa informe ed inerte dalla quale avrebbero tratto origine tutte le cose e tutti gli esseri viventi, definendo la teoria del Polo Supremo. Secondo questa teoria esisterebbe una forza "spirituale", il Tao (nella lingua cinese corrente: Dao = La Via), ca­pace di governare tutte le trasformazioni della natura, cioè l'Ordine della natura. Questa entità senza forma né sostanza, ma che ha originato sia la forma che la sostanza, comprenderebbe sia il Taiji che il Wuji (letteralmente Senza Polo). Secondo gli antichi filosofi cinesi, il Wuji sa­rebbe quello stato di vuoto assoluto antecedente alla nascita del mondo, da cui ha avuto origine (ma in fondo si identifica con esso) il Taiji, il Polo Supremo.
Wang Zongyue afferma nel suo testo "Teoria del Taijiquan": "Il Taiji è nato dal Wuji. È l'origine della quiete e del movimento ed è la madre dello yin e dello yang. Nell'immobilità essi si combinano, muovendosi si sepa­rano". La teoria di yin e yang, come la conosciamo oggi, sostiene che ogni elemento o fenomeno dell'universo consiste di due aspetti opposti, denomi­nati yin e yang, che sono contemporaneamente in conflitto ed in interdi­pendenza; essa sostiene inoltre che questa relazione tra yin e yang è una legge universale che regola il mondo materiale, il principio e la fonte dell'esistenza di miriadi di cose, la causa prima del prosperare e del perire di esse. Molti secoli prima Zhong Dunyi (1017-1073), vissuto durante la dinastia Song, nella sua opera "Spiegazione del diagramma del Polo Su­premo, commentato da vari autori in epoche successive, afferma : "[…] il Taiji si muove e produce lo yang. Quando il movimento ha raggiunto il suo limite, segue la quiete. Nello stato di quiete il Taiji produce lo yin. Quando la quiete ha raggiunto il suo limite, c'è un ritorno al moto. Lo yang si trasforma reagendo con lo yin e così si producono l'acqua, il fuoco, il legno, il metallo e la terra. Poi i Cinque Qi si diffondono armo­niosamente e le Quattro Stagioni proseguono nel loro corso". In questa citazione sono menzionati entrambi i principi fondamentali che hanno co­stituito la base teorica su cui si sono sviluppate le scienze naturali, la filo­sofia e la medicina nell'antica Cina: la teoria yinyang e la teoria dei Cin­que Elementi. Essi furono due metodi di osservazione e di interpretazione della natura che implicavano una concezione semplice del materialismo e della dialettica e giocarono un ruolo essenziale nello sviluppo della strut­tura concettuale del pensiero e della cultura tradizionale cinese. La tratta­zione particolareggiata di entrambe queste teorie con tutte le loro sofisti­cate articolazioni richiederebbe uno spazio assai più ampio. Qui ci limiteremo a coglierne gli aspetti che sono insiti nella pratica del TJQ, quale elemento peculiare che informa costantemente il succedersi delle forme, delle movenze e l'attitudine della mente che guida.

Yinyang
Immobilità                           Movimento lento
Figura 1.
 
Vogliamo riferirci innanzitutto al simbolo dello yin e dello yang, la ben nota raffigurazione composta da un cerchio al cui interno sono rappresen­tati i due elementi opposti e complementari (l'uno di colore chiaro, l'altro scuro) divisi da una sinusoide. Il nome cinese di questa figura è "Simbolo (diagramma) del Taiji", in esso infatti risiede l'idea del movimento del Polo Supremo nell'alternarsi della produzione di yin e yang. La linea che divide lo yin dallo yang non è diritta, questa immagine avrebbe costituito infatti la raffigurazione del concetto di immobilità, di separazione statica, rigida. Si tratta invece di una linea curva, che evoca di per sé l'idea di movimento, più precisamente di un armonico movimento lineare circolare. Chiunque può verificare di fatto quanto il grafico suggerisce con il seguen­te esperimento. È sufficiente versare in un recipiente circolare della verni­ce bianca e nera in egual misura, in modo che ciascun colore occupi esat­tamente una metà del recipiente. Se non si imprime alcun movimento al contenitore, le due metà rimarranno divise da un diametro perfettamente diritto; ma se si fa ruotare il recipiente su se stesso con un movimento lento e regolare, si formerà esattamente il simbolo del Taiji, la linea di se­parazione delle due vernici assumerà l'aspetto di una curva armoniosa.
Questo ci rimanda alla caratteristica delle movenze del Taijiquan, che si sviluppano nello spazio secondo schemi circolari e con un ritmo lento. L'idea di circolarità nel movimento non è casuale, né tanto meno astratta. Numerose forme all'interno della sequenza ricordano inequivocabilmente alcune tipiche mosse delle arti marziali cinesi ed in effetti il TJQ è chiama­to anche "Boxe con le ombre", espressione che sta ad indicare un combat­timento con un avversario immaginario. Pensiamo ad una sfera che ruota su se stessa. Qualsiasi cosa che entri in contatto con essa viene respinta lontano. Praticamente niente la può colpire. Nel TJQ l'idea è esattamente la stessa: se un ipotetico avversario sferra un colpo diretto, la soluzione è "non esserci" (Wuji) cioè non offrire l'impatto con il proprio corpo ma, rimanendo nel campo d'azione dell'avversario, favorirne la traiettoria del movimento fino all'estremo limite. Ruotare cioè come una sfera sul pro­prio asse e lasciare che l'antagonista segua la direttrice del proprio attacco fino a perdere l'equilibrio e cadere.
Nel TJQ il mantenimento dell'equilibrio è basilare, esattamente come il rapporto paritario di interdipendenza e di reciproca trasformazione che lega lo yin e lo yang, e questo sotto molteplici aspetti: l'inizio, il procedere e la fine di ogni altra forma che segue la precedente ed anticipa la succes­siva in una continua alternanza, sono eseguiti senza eccesso di tensione né di rilassamento; l'abbassarsi prelude ad un movimento di innalzamento; l'avanzare all'arretrare; la rotazione verso destra precede quella verso si­nistra e viceversa.
A differenza delle ginnastiche occidentali mirate soprattutto al rafforza­mento della muscolatura (aspetto esterno del corpo, quindi yang) con il possibile indebolimento degli organi interni (yin), il TJQ predilige la colti­vazione di entrambi, rispettandone l'equilibrio. Cura quindi sia l'"esterno" (il lento movimento muscolare, la stabilità delle posture), che l'interno" (induce il completo rilassamento mentale ma contemporaneamente richiede il mantenimento di una totale concentrazione dell'attenzione nell'esecu­zione della sequenza). La "morbidezza" del TJQ è solo apparente e nasconde una "durezza" interna, nel senso che l'addestramento mentale, il controllo dell'attenzione e del movimento portano all'acquisizione di una notevole potenza e stabilità interiore, i cinesi dicono che il maestro di Taijiquan "… addestrato a conoscere il separarsi e il combinarsi dello yin e dello yang, è in grado di decidere quale strategia adottare in ogni situazione: nel caso di un attacco, può svanire come nebbia, resistere come una montagna o combattere come una tigre".
Tuttavia, più che un'arte marziale sui generis, il TJQ è una disciplina terapeutica nella quale la costante ricerca dell'equilibrio yinyang mira al raggiungimento dell'equilibrio fisico e mentale.
I Cinque Elementi
La teoria dei Cinque Elementi (Wuxing) stabilisce che legno, fuoco, terra, metallo e acqua sono le sostanze di base che costituiscono il mondo materiale. Esiste tra di esse un'interdipendenza ed un reciproco controllo che determinano il loro stato di costante movimento e cambiamento. In ultima analisi, la teoria dei Cinque Elementi rappresenta uno sforzo compiuto nella Cina antica per giungere ad una classificazione delle proprietà fondamentali della materia e dei fenomeni materiali ed implicò sempre, fin dall'inizio, l'idea di movimento. Come dice Chen Mengjia, naturalista di epoca Han (200 aC): "I Cinque Elementi sono cinque potenti forze operanti in un moto ciclico e ininterrotto e non sostanze fondamentali passive ed immobili".
Nella sua applicazione alla MTC, la teoria dei Cinque Elementi consiste nella classificazione in differenti categorie dei fenomeni naturali, degli organi e dei tessuti del corpo umano, nonché delle emozioni e dei sentimenti, e nell'interpretazione della relazione della fisiologia e della patologia dell'organismo umano con l'ambiente naturale.
Al pari della teoria yinyang, anche la teoria dei Cinque Elementi gioca un ruolo fondamentale nell'articolazione dinamica della sequenza del TJQ: l'avanzare è associato al metallo (Polmone), l'arretrare è associato al le­gno (Fegato), il rivolgersi a sinistra è associato all'acqua (Rene), il rivol­gersi a destra è associato al fuoco (Cuore), il perno dell'equilibrio, l'asse centrale del corpo è collegato alla terra (Milza).
Sono questi i "Cinque Passi" (Wu bu) codificati da Zhang Sanfeng. L'equa distribuzione del carico da una gamba all'altra e dei vari movimenti che si sviluppano in schemi speculari all'interno della sequenza induce uno stimolo dolce e omogeneo portato all'organismo nel suo insieme e non ad una sua sola parte.
 
 
 
Regole di base del Taijiquan
Vi sono alcune regole da rispettare nell'esecuzione del Taijiquan:
1.        Si richiede che il praticante sia rilassato e sereno, ma pienamente concentrato e capace di dirigere la sua completa attenzione su qualsiasi parte del proprio corpo, la qual cosa è già in sé un'ottima disciplina per la mente.
2.        I movimenti degli occhi, delle braccia, del busto e delle gambe devono essere armoniosi, privi di dissonanze o di interruzioni improvvise, leggeri e naturali, senza mai alcuno sforzo grossolano. Quando ci si appresta ad iniziare la sequenza del TJQ, ci si pone eretti e rivolti a nord, con la testa ed il busto diritti e tuttavia non in tensione; questo vale anche per il viso, la cui espressione deve essere rilassata, serena. Occorre liberare la mente e raggiungere il silenzio interno, la condizione di Wuji, di vuoto mentale assoluto e di totale immobilità del corpo. Se la mente è tranquilla, il qi può "penetrare al Dantian" (zona posta al di sotto dell'ombelico e appena al di sopra del pube) e lo Shen (qi mentale) "raggiunge la sommità del capo".
Da questa condizione di Wuji nasce l'intento al movimento (passaggio dal Wuji al Taiji) ed infine il movimento ha inizio, il corpo segue la mente ed il Taiji "dà vita allo yin e allo yang", che si separano e si riuniscono ad ogni azione: l'espansione è yang, la contrazione è yin, flettere è yin, esten­dere è yang, avanzare è yang, arretrare è yin e così via in un moto ininter­rotto che realizza la raffigurazione del Taiji in un'alternanza ciclica di yinyang secondo linee circolari, curve, sinusoidali.
Dicono i cinesi: "Ci si dovrebbe muovere come una nuvola bianca che attraversa il cielo o come lo zampillare di una limpida sorgente montana. Nessuno sa da dove vengano la nube o la sorgente, né dove vadano". E ancora: "La vista, il rumore e il passare del tempo non devono disturbare l'attenzione mentale nel Taijiquan, cosicché si finisce col non essere più un'unità separata bensì ci si ricollega con l'unità del tutto".
In sintesi, la regola più importante del TJQ è "la ricerca dell'immobilità nel movimento" e lo stato mentale è quello espresso nel testo Zhuangzi (Maestro Zhuang, opera del grande filosofo taoista Zhuang Zhou), lo stato mentale di colui che "[…] non è né yinyang, vive tra cielo e terra, in breve tempo diviene un uomo e poi ritorna allo stato ancestrale".
R.R.

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