Le Medicine Non Convenzionali e la Costituzione Italiana

QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE N. 8 MARZO 1997
 
 
Interventi dall'Assemblea Annuale di Archivio Salute, 1996

Le Medicine Non Convenzionali e la Costituzione Italiana

All'ultima Assemblea di Archivio Salute, il dott. Carlo Crocella, coordinatore del Comitato Libertà & Salute, ha affrontato il tema delle medicine non convenzionali sotto il profilo giuridico: una lucida analisi che nega qualsiasi fon­damento legale agli argomenti con cui l'ordine dei medici e l'apparato sanitario in genere tendono a limitarne l'eserci­zio e l'utilizzo. Riportiamo il testo integrale dell'intervento.

Vorrei parlare del diritto di ogni cittadino, in uno stato moderno, di curarsi come gli pare. Diciamo meglio, del diritto che ogni individuo possiede, alla piena libertà nel coltivare la propria salute e curare le malattie.
Vi sono dei concetti che meritano un chiarimento in questa affer­mazione. Che cosa intendiamo per "libertà di coltivare la salute e curare le malattie"?
Il primo chiarimento riguarda la parola "libertà". In questo caso la libertà è intesa in senso giuridico e non in senso filosofico, e nemmeno in senso psicologico. Non interessa in questa sede valu­tare quali sono i condizionamenti che l'educazione, l'ambiente, i rapporti interpersonali possono portare alla espressione di questa libertà. E neanche interessa individuare se per esempio, qualcuno odia se stesso e non vuole curarsi. Non è questa l'ottica in cui intendiamo la libertà di coltivare la propria salute. Quella cui ci riferiamo è un'ottica strettamente giuridica. Si tratta cioè di affermare il diritto della persona umana a operare in base a una iniziativa che nasce al suo interno, e, quindi di condannare ogni azione volta positivamente, esplicitamente, ad impedire a una persona di curar­si secondo i propri criteri.
Avrete poi notato che nella mia affermazione non si parla solo di curare la salute, ma si dice "coltivare la propria salute e curare le malattie". Il "coltivare la salute" ed il "curare le malattie" costituisco­no due aspetti ben noti alla riflessione medica sia antica che moderna, ma mi sembra opportuno riportarli a galla e farli riaffiora­re alla nostra memoria. Sappiamo che anticamente i medici impe­riali cinesi venivano pagati solo quando l'imperatore stava bene. Questa è un'ottima esemplificazione del concetto di coltivare la salute piuttosto che curare le malattie.
Il concetto moderno di medicina preventiva, anche se non completamente, è in qualche modo analogo e corrispondente a questa idea. Noi affermiamo la libertà di ogni persona in ordine a queste due prospettive. Quindi nessuno Stato potrà impormi, ad esempio, se essere vegetariano oppure no, perché sono io a decidere se esser­lo o no e decido io come curare le mie malattie.
Vediamo più analiticamente alcune importanti implicazioni di questa affermazione. Mi pare infatti che si possano individuare delle precisazioni, degli ambiti in cui incanalare questo concetto di libertà come in un imbuto che progressivamente vada restringendosi.
Intanto credo che si debba affermare la libertà di potere sceglie­re i riferimenti culturali in base ai quali noi ci vogliamo curare. Quali sono questi riferimenti culturali? Prima di tutto la scienza positiva che si è sviluppata soprattutto a partire dall'800 (anche se le sue radici sono del 700).
La medicina ancorata sulle ricerche della scienza positiva ha avuto un grande sviluppo e di questo pensiamo che tutta l'umanità debba considerarsi debitrice verso chi ha operato per tale sviluppo e per il successo di questo tipo di scienza.
Questo è un primo riferimento culturale che viene in mente. Però ci sono altri riferimenti culturali a nostro avviso non meno importanti. Ci sono discipline spirituali che ritengono che l'uomo possa curare le malattie mantenendo delle metodiche particolari riguardanti il proprio spirito. Ci sono tradizioni popolari, ci sono tra­dizioni regionali, tutte utilizzate per secoli dalle varie popolazioni, eccetera. Questi sono i riferimenti culturali a cui io accennavo e tra cui ognuno di noi dovrebbe potere scegliere.
Se il vescovo Milingo cura cacciando i demoni e facendo esorci­smi, per lo Stato non c'è niente di diverso rispetto al caso di una donna del popolo che ricordando come sua nonna le suggeriva di fare in occasione di determinate malattie, decide di fare allo stesso modo. Infatti un pretore oltranzista o un ordine dei medici partico­larmente ristretto nelle sue concezioni, potrebbero trovare fonda­mento nell'attuale legislazione italiana (e anche in alcuni preceden­ti dell'autorità giudiziaria), per contestare, per esempio, la pretesa di guarire come fa il vescovo Milingo. E allora, a maggior ragio­ne, chiunque potrebbe contestare sul piano giuridico (e purtrop­po già accade), la scelta di riferimenti culturali quali le medicine regionali e quelle della tradizione popolare.
Invece, la libertà di cui parliamo deve consistere nel potere scegliere senza restrizioni, da parte di ogni persona, le dottrine in cui inquadrare i criteri di cura. Queste dottrine, solo per esem­plificare (e senza pretendere di fare un elenco esaustivo), sono innanzi tutto quelle più strutturate organicamente sotto il profilo culturale, sono le Scienze Mediche che ogni medico che si voglia laureare deve potere studiare nelle università occidentali: la scienza medica omeopatica, le varie medicine popolari, l'erbo­risteria, la medicina tradizionale cinese, la medicina ayurvedica, le elaborazioni dottrinali in materia di biomagnetismo umano, la pranoterapia, la manipolazione (negli anni scorsi specialmente c'è stato un boom dello Shiatsu, adesso ci sono altre cose che si vanno affermando, e non sappiamo ancora bene fino a che punto si potranno diffondere). Ecco, si tratta di diverse dottrine che hanno ben poco in comune una con l'altra, forse nulla in qualche caso e si tratta di avere la possibilità di adottarle, di avere lo spazio per applicare dei "filtri culturali" diversificati di fronte alla salute e alla malattia.
Noi sosteniamo che ogni cittadino, ogni persona abbia il dirit­to di scegliere il proprio approccio culturale al problema della propria personale salute e della propria personale malattia. Da ciò deriva la libertà di scegliere le proprie metodiche terapeuti­che, io devo avere la possibilità di curarmi riferendomi alla far­macologia scientifica, all'agopuntura, a preparazioni omeopati­che, a preparazioni alchemiche e così via.
Da ultimo, come conseguenza strettamente connessa al discorso che finora abbiamo fatto, viene la conclusione più dirompente rispetto all'ordinamento vigente nel nostro paese (e non solo nel nostro paese) e cioè la libertà di scegliere gli opera­tori a cui affidare la cura del proprio corpo indipendentemente da qualsiasi riconoscimento statale.
Mi rendo conto che questo è un discorso particolarmente delica­to, e vorrei esprimere questo concetto insieme con un'altra affer­mazione ancora più stringente sotto il profilo giuridico. È l'afferma­zione che il monopolio dell'arte di curare è una vera e propria viola­zione dei diritti dell'uomo, e io credo che tale affermazione debba diventare il cardine di un nuovo approccio giuridico-sistematico al problema della legislazione sanitaria.
Che cosa intendo dire? Intendo dire che non vedo come possa esplicarsi il potere disciplinare dell'Ordine dei Medici, ammesso che l'esistenza di tale ordine abbia un senso (sappiamo infatti che è anche contestato all'interno della professione dei laureati in Medicina e Chirurgia), quando si tratti di estenderlo a professioni e metodiche come l'omeopatia, l'agopuntura ecc. sulle quali l'Ordine dei Medici non solo non è richiesto di avere competenza o cono­scenza, ma non la può neanche avere, perché si tratta di discipline che fanno riferimento a dei concetti, a una epistemologia, a criteri gnoseologici (a quello che ho chiamato prima il "filtro culturale" attra­verso cui ciascuno di noi legge i fatti) che sono radicalmente diversi da quelli correntemente adottati dallo stesso Ordine, non appropriati ad analizzare quello che succede quando si praticano l'agopuntura o l'omeopatia o ancora altre metodiche di questo genere.
Ma, se vogliamo fare un discorso di diritti dell'uomo, dobbiamo rifarci alla nostra Costituzione, quella ancora vigente, nonostante attualmente sia in discussione.
Come sapete, oggi si dice che probabilmente, i meccanismi costituzionali che riguardano l'organizzazione delle istituzioni pub­bliche, e quindi i rapporti tra Regioni, Stato, Comuni, tra Capo dello Stato e potere legislativo e così via, siano un po' datati e che abbiano bisogno di una riforma e di un rinnovamento.
Mi pare però che nel nostro paese sia abbastanza diffusa, sia tra i cittadini qualunque che tra gli addetti ai lavori, l'opinione che i principi fondamentali della Costituzione, quelli che stanno scritti nella prima parte, continuino ad avere una grande validità, a essere un punto di riferimento in qualche modo insuperato e siano destinati a mantenere a lungo tale validità.
Comunque sia, la Costituzione è vigente e noi, per quello che ci riguarda, possiamo fare riferimento all'art. 35 che tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni e all'art. 41 che sancisce la libertà d'iniziativa economica privata.
Questi sono i due articoli della Costituzione in base ai quali si può costruire una legislazione, una normativa che riguardi gli ope­ratori delle Medicine Libere cioè delle medicine che non sono disci­plinate dal Testo Unico delle Leggi Sanitarie. Si può fare riferimento al Testo Unico delle Leggi Sanitarie per questo tipo di operatori? La mia risposta è no.
Infatti, se la legge disciplina un tipo di professione sanitaria e stabilisce un sistema di vigilanza sul modo di esercitare questa pro­fessione, io non posso applicare lo stesso tipo di norme per un'al­tra professione, che pur essendo di natura sanitaria non è vigilata. Allora diciamo che l'esercizio abusivo di professione o di arte sani­taria, si configura solo per chi pretenda di esercitare una delle pro­fessioni sanitarie vigilate in base al Testo Unico delle Leggi Sanitarie, cioè quella di medico, di veterinario, di ostetrica e così via.
Allora se qualcuno, senza averne i requisiti, pretende di fare il dentista o di fare il medico, e non è laureato in medicina, va perse­guito per il reato di esercizio abusivo della professione sanitaria. Non si può invocare lo stesso reato, invece, per chi eserciti una professione sanitaria non disciplinata dalla legge. E su questo esi­ste un importante indirizzo, avviato negli ultimi anni, della Corte Costituzionale.
Quindi, a mio avviso, qualunque sia l'approccio nella giurispru­denza pretorile, l'esercizio delle professioni mediche quali l'omeo­patia, l'agopuntura, ecc. è libero e può essere soggetto solo alle condizioni e ai principi espressi nell'art. 35 e nell'art. 41 della Costituzione. Tuttavia, questo non significa che non ci debba essere alcuna vigilanza e alcuna tutela. Esistono sempre, nel codice penale, le norme sulla truffa e le norme sul millantato credito.
Questo significa che, se, supponiamo, esistesse una disciplina medica particolare conosciuta in Patagonia dove c'è un certo modo di curare determinate malattie e si diffondesse una moda culturale di farsi curare da stregoni della Patagonia, si dovrebbero applicare a chi si qualificasse impropriamente come esperto dei metodi di cura popolari della Patagonia, i principi del codice penale in materia di millantato credito e di truffa. L'operatore dovrebbe dimostrare che effettivamente ha avuto modo di apprendere compiutamente queste modalità terapeutiche e che le competenze che dichiara di avere sono documentabili nelle maniere in cui solitamente, sia pure all'interno della tendenza culturale cui appartengono, queste competenze possono essere riconosciute.
Dai principi che ho sostenuto, è evidente che deriverebbe infine il diritto dei cittadini a fruire dell'assistenza sanitaria indipendentemente dalle metodiche adottate e dalla tipologia di operatori a cui sì fa riferimento. Ho detto deriverebbe al condizionale. Potrei anche usare l'indicativo e dire deriva, però, come ci si può rendere facilmente conto, stiamo facendo un discorso di principi che è importante comprendere nella loro portata, indipendentemente dalla difficoltà di applicarli immediatamente nell'ordinamento, o dal tempo che si può immaginare ci voglia per arrivare ad una applicazione all'interno dell'ordinamento.
Si dice che la nostra Costituzione sia già vecchia e superata e, tuttavia, ci sono molti principi, al suo interno, che non sono ancora applicati nell'ordinamento legislativo, pur essendo tali principi considerati una guida e un punto di riferimento verso cui si cerca di tendere.
Adesso non voglio fare un discorso su cosa comporta in termini di compatibilità di bilancio dello Stato o di compatibilità con altre leggi l'ipotesi che sostengo nel caso in cui venisse applicata. Non vorrei neanche scendere sul terreno di quale legge e di come poi dovrebbe essere introdotta per consentire a tutti di scegliere liberamente la propria metodica di cura e di essere rimborsati dallo Stato. Però diciamo che se esiste il diritto di ogni persona a decidere autonomamente, con libertà, sulla cura della propria salute, una conseguenza logica dovrebbe essere anche quella del diritto di fruire di una assistenza sanitaria indipendentemente dalle metodiche a cui ci si vuole riferire.
Come conclusione, vorrei fare un'ultima affermazione ed è questa: "lo Stato democratico non può imporre una religione, non può imporre una filosofia, non può imporre una morale. Allo stesso modo, lo Stato non può imporre un sapere scientifico".
Nessuno più oggi accetta il principio dello Stato Etico di Hegeliana memoria. Secondo Hegel lo Stato aveva una sua personalità che lo rendeva una Entità superiore ai singoli cittadini capace di avere un suo volere, un suo sapere, un suo potere. E questa concezione dello Stato ha fornito i presupposti culturali a diverse forme di totalitarismo, fra le peggiori che la storia dell'uomo conosca. Oggi non si accetta più questa concezione dello Stato; oggi non si accetta più, almeno da noi, il principio dello Stato confessionale. Lo si accettava nell'antichità, quando si pretendeva che nell'ambito di una certa struttura politica, fosse la Polis greca o fosse lo Stato egiziano o altri ancora, si manifestasse la lealtà civica verso lo Stato attraverso la lealtà religiosa: il cittadino romano, ad esempio, doveva riconoscere l'imperatore come Dio.
Ma anche in epoca più recente, nel XVI secolo, al tempo della Riforma e della Controriforma, si riuscì a porre fine alle guerre di religione affermando il principio "Cuius regio eius est religio" cioè il principe che aveva potere su un determinato territorio, aveva il diritto di porre, in quel territorio, la propria religione.
Concezioni simili sono ancora esistenti in alcuni stati arabi, e c'è una forma di "confessionalismo" islamico che porta a conseguenze deteriori che oggi tutti, almeno nel nostro paese e in paesi di simile tipo di cultura, deprecano. Ecco, io direi che così come non si accetta lo "Stato Etico", come non si accetta lo "Stato Confessionale", non si può accettare lo "Stato Detentore Di Un Sapere Scientifico". E lo Stato non può pretendere di dirmi che cosa è scientifico e che cosa non lo è. Lo Stato ha un sapere che è quello dei documenti anagrafici. Cos'è che lo Stato sa? Sa dove abita Carlo Crocella, sa dove ha la residenza, sa quando è nato, sa se è stato vaccinato, sa se ha commesso dei reati, se è stato condannato, così via: sono questi gli elementi di fatto che lo Stato conosce. Lo Stato è in grado di conoscere quello che sta agli atti, ma non può estendere il suo sapere a giudizi di valore che solo la coscienza individuale è in grado di emettere. Il compito dello Stato, quindi, deve limitarsi a registrare l'esistenza di concezioni condivise da gruppi di cittadini e creare le condizioni per una loro armonica convivenza.
lo ritengo che questi principi abbiano bisogno di essere discussi, di essere studiati, di essere dialetticamente contestati, di essere approfonditi, ma che la strada del porre la questione a partire dai diritti dell'uomo, non possa essere evitata se vogliamo sostenere la libertà di curarsi, di far ricorso a delle medicine che non siano controllate e garantite dall'attuale ordinamento statale.
Dott. Carlo Crocella
 

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