Come cambierà l’agricoltura con le biotecnologie?

CONVEGNI E ASSEMBLEE
 
QUADERNI DI ARCHIVIO SALUTE- N.16 GIUGNO 2002
 
 
 
In agricoltura le biotecnologie hanno una storia antichissima. L’uomo ha da sempre manipolato la natura mediante le tecniche di ibridazione e di innesto per migliorare la qualità delle coltivazioni. Ibridazione e innesto possono infatti essere definite biotecnologie, in quanto tecniche mirate a incidere artificialmente sulla vita della pianta.
Tuttavia queste tecniche antiche mettono in atto un processo che le distingue radicalmente dalle attuali biotecnologie genetiche.
Infatti esse rispettavano i limiti imposti dalla natura che impediscono a una specie di mescolarsi con un’altra. Piante appartenenti a specie diverse tra loro non possono dar luogo a una discendenza: la natura stessa impedisce che nasca qualcosa dall’unione fra il grano e il geranio, e ancora meno fra una pianta e un animale.
Esistono barriere naturali che delimitano rigidamente una specie, escludendo la possibilità di ibridazione con ogni altra; in alcuni casi tali barriere si dilatano a includere specie affini fra loro, che possono incrociarsi, ma la loro discendenza tende poi ad estinguersi. È il caso dell’asino e del cavallo, il cui ibrido, il mulo, è sterile; o della senape e la colza, tanto simili che è quasi impossibile distinguerle.
Le barriere naturali sono il segno visibile di un ordine fondamentale insito nella natura, che blocca la mescolanza dei geni al di fuori di precisi confini.
Le moderne biotecnologie attuano un processo che spezza queste barriere, e non solo le barriere fra le specie ma persino le barriere fra i regni della natura. Tramite manipolazioni transgeniche in laboratorio, si inoculano geni di una pianta nel DNA della pianta di un’altra specie, ma anche si inocula il gene dello scorpione nelle fragole, il gene della lucciola nel tabacco per renderlo fosforescente, e così via.
 
Il valore scientifico delle biotecnologie
L’ingegneria genetica promette miracoli, a vantaggio dell’ecologia, dell’etica, della salute e del benessere dell’essere umano e di tutti i popoli nel mondo.
Tuttavia, il cibo transgenico è oggi oggetto di ampie riserve da parte di vasti ambiti dell’opinione pubblica. I biotecnologi parlano di allarmismo e di spirito retrivo, sostengono che la scienza ha fatto grandi progressi e può ormai usare i suoi sofisticatissimi strumenti per conoscere finalmente il segreto della vita e manipolarlo a propria volontà.
Ma è questa la realtà?
Chiunque volesse farsi carico di indagare, rimarrebbe impressionato dall’apprendimento di dati che dimostrano quale vuoto di conoscenza sia alla base della pretesa della scienza di manipolare la vita e la natura.
La verità è che quello che si sa sugli effetti del transgenico è poco, e quel poco che si sa è sufficiente a mettere in allarme un discreto numero di biologi, botanici, fisici, informatici (tutti esponenti di altre branche della scienza, nessuno che lavori nel campo delle biotecnologie).
Da un esame delle notizie disponibili, emerge un quadro preoccupante, che rivela in modo inequivocabile come gli esperti delle biotecnologie stiano introducendo le manipolazioni genetiche a cielo aperto, e cioè al di fuori di aree protette e isolate, senza avere idea dei possibili effetti futuri dei loro interventi e senza tenere conto dei problemi che già emergono e che inviterebbero alla cautela e alla verifica. In sintesi questo è quanto emerge dall’esame delle informazioni disponibili:
 
In campo botanico, la conoscenza delle barriere tra le specie e di quali specie sono suscettibili di incrociarsi fra di loro è piuttosto sommario, per cui a tutt’oggi non si sa quali e quante specie selvatiche affini saranno inquinate dalla fuga di geni provenienti da una pianta transgenica coltivata a cielo aperto. Perciò, poiché il vento, le api e gli altri insetti possono trasportare tramite il polline i geni delle piante transgeniche verso altre piante, anche a chilometri di distanza, il fenomeno dell’inquinamento transgenico in campo aperto è completamente fuori controllo.
 
La genetica è ben lontana dal conoscere i segreti della struttura del DNA: si spara un gene all’interno di un genoma, andando innanzi tutto a scombinare un insieme che ha una sua sequenza, una sua attività, ordinate e precise. Fatto questo, non si sa a priori se e come il gene sarà accolto dal genoma ricevente, né in quale punto del DNA andrà a fissarsi, né come si comporterà, né quali saranno tutti i possibili effetti del trapianto genetico a breve e lungo termine.
È legittimo che la scienza proceda a casaccio? È legittimo parlare di scienza? Non dovremmo parlare piuttosto di pura applicazione tecnologica, oltretutto di una tecnologia piuttosto rozza, che usa strumenti grossolani rispetto alla delicatezza della materia su cui interviene, come usare un pennello da imbianchino per dipingere un delicato vaso di porcellana?
 
Un’altra incognita è la stabilità dell’esperimento. Non si sa se la pianta transgenica manterrà le sue caratteristiche nel tempo. Gli esempi sono diversi: le patate geneticamente modificate, dove i caratteri indotti dalla manipolazione genetica faticano a fissarsi; la pigmentazione dei fiori di petunia (sono stati introdotti transgeni per intensificare il colore viola dei fiori, ne sono usciti fiori incolori, nel senso che non solo il transgene non si è fissato, ma ha addirittura disattivato il gene naturale responsabile del colore); il tabacco fosforescente, una volta ottenuto il tabacco fosforescente con l’iniezione del gene, i ricercatori hanno voluto rafforzare ulteriormente gli effetti del transgene iniettando nel tabacco transgenico direttamente la proteina corrispondente e hanno finito per estinguerne la fosforescenza, la pianta dopo queste pesanti operazioni transgeniche è ridiventata tabacco convenzionale. È un fenomeno di rigetto? È la natura che si difende?
 
L’incognita maggiore è rappresentata dagli effetti sull’uomo, sulla eventuale tossicità degli alimenti transgenici e sull’eventuale insorgenza di allergie. E sappiamo bene che effetti nocivi possono verificarsi anni e decenni dopo, come si è verificato per tanti farmaci, come si è verificato per la mucca pazza, ecc. Già si è dovuto ritirare dal mercato un fagiolo di soia con un contenuto bilanciato di aminoacidi ottenuto mediante l’inserimento di un gene della noce brasiliana. È stata rilevata l’insorgenza di allergie in una parte significativa della popolazione che si era nutrita di questo fagiolo.
Ma senza arrivare a tanto, citiamo il caso del pomodoro transgenico che non marcisce. Oltre ad avere uno sgradevole sapore metallico, ha un decadimento di vitamine e nutrienti identico a quello del pomodoro normale, pertanto il supermercato è in condizioni di spacciare come fresco un prodotto che non ha più alcun valore nutritivo.
Una ricerca condotta su insetti utili come le coccinelle ha dimostrato che esse subiscono danni rilevanti dagli OGM, in particolare sulla fertilità e longevità degli insetti femmina. Un’altra ricerca effettuata su ratti alimentati con patate OGM ha dimostrato che tale patata ha una diversa composizione di valori nutritivi rispetto a quella normale e produce nel ratto alterazioni quali atrofia del fegato e affezioni al sistema immunitario, riduce la velocità di crescita del ratto giovane e induce una riduzione significativa della risposta immunitaria linfocitaria. Gli alimenti geneticamente manipolati possono determinare effetti imputabili all’introduzione di allergeni, tossine e una ridotta qualità nutrizionale.
 
I pochi studi e ricerche, fatte da parte di alcuni scienziati che si pongono qualche scrupolo, in genere di altre discipline e non bioteconologi, sono disattesi. L’industria non aspetta nemmeno di conoscere i risultati delle loro ricerche e, per far fruttare le scoperte ottenute e brevettate, introduce immediatamente nel mercato i nuovi prodotti transgenici.
L’approccio scientifico segue il criterio che “ciò che non si conosce non esiste”. Finché non so per certo che il fagiolo transgenico danneggia la salute, il fagiolo è innocuo. Si procede perciò incuranti di ogni possibile conseguenza. Se e quando effetti nocivi insorgeranno, si correrà ai ripari, spesso con soluzioni più dannose del problema che devono risolvere. Così si ritiene che una certa sostanza sia innocua, fino a che se ne prova la nocività (allora se ne cerca un’altra, anch’essa parimenti “innocua”) o che un erbicida non provochi tolleranza nella pianta, fino a prova contraria (e allora viene sostituito con un altro, inevitabilmente più tossico).
 
Il mais OGM
Vediamo l’esempio del mais transgenico, esso contiene un gene produttore di una molecola insetticida, proveniente da un batterio chiamato Bacillus thuringiensis (Bt). Grazie al gene inoculato, il mais Bt sviluppa nei propri tessuti questo pesticida che si ritiene non tossico per l’uomo ed è letale per il parassita del mais, la piralide.
Gli scienziati hanno a lungo ritenuto che il Bt, pesticida di origine naturale, non inducesse tolleranza in questi parassiti, per quanto l’esperienza dimostri che gli organismi nell’arco di una o più generazioni, sviluppano sempre una tolleranza, conformemente alle leggi fondamentali della vita, che, grazie ai meccanismi stessi dell’evoluzione, riesce sempre a produrre nel tempo una difesa dalle aggressioni selezionando alcuni mutanti resistenti (vedi l’esempio degli antibiotici, verso i quali molti batteri sono diventati resistenti). Difatti anche nel caso del mais “Bt” si sono generate resistenze negli insetti parassiti che è stato progettato per combattere.
Naturalmente il mais Bt si può facilmente incrociare con il mais non transgenico (e qui dovremmo chiederci quanto ci può rassicurare l’etichettatura dell’OGM, se niente può essere garantito). Inoltre, quello che facilmente può avvenire è che le popolazioni di piralide, scacciate dal mais Bt, si rifacciano sulle colture di mais non transgenico, che saranno di conseguenza ancora più minacciate. E questo ci può dare l’idea della enorme pressione che si sta esercitando oggi sulla categoria degli agricoltori per indurli a passare al transgenico.
 
La Comunità Europea, che aveva vietato il mais transgenico, ha finito con dare il via libera, dietro la spinta del governo francese. Paradossalmente, in Francia l’autorizzazione è stata concessa dal governo di Jospin, il cui ministro dell’Ambiente e della Gestione del territorio era il rappresentante dei Verdi.
 
La Colza OGM
Un’altra pianta transgenica coltivata anche in Europa, su autorizzazione della Comunità Europea, è la colza resa tollerante a un erbicida, il glufosinato, efficace contro le piante infestanti.
La colza si ibrida spontaneamente con diverse piante affini, tra cui il ravanello, la rucola, la senape selvatica, il ravizzone selvatico. È stato verificato che il gene di tolleranza al glufosinato si è trasmesso a piante di ravizzone selvatico anche a una distanza di 2,5 km dai campi di colza, grazie al polline disseminato dalle api. L’ibrido che ne è derivato è risultato fertile, e quindi nasceranno altri tipi di piante transgeniche. E se poi le piante infestanti dovessero inglobare il gene di resistenza al glufosinato e diventare ancora più infestanti proprio perché capaci di tollerare questo erbicida, vanificando l’obiettivo per cui si è modificata geneticamente la colza? La soluzione sarebbe semplice, una volta che questo si verificasse, sarebbe sempre possibile impiegare altri diserbanti, che certamente saranno anche più tossici.
Non sappiamo quanto erbicida venga usato, se ne farà un abuso, visto che la colza non ne viene colpita? È un fatto importante, perché quando parliamo di piante “tolleranti” agli erbicidi si intende che sono in grado di assorbire senza farsi distruggere quantità significative di erbicidi, i quali saranno quindi assimilati dai tessuti vegetali. Si insiste ad affermare che il glufosinato è un erbicida non tossico, ma non ci si pone il problema degli effetti cumulativi a lungo termine. Le piante trasmettono le molecole derivate dal metabolismo degli erbicidi agli animali che se ne nutrono che a loro volta le trasmettono all’uomo che si nutre della loro carne.
Nel frattempo, si è scoperto che il glufosinato ha effetti negativi sulla fertilità dei mammiferi. Non è quindi così innocuo come si pretendeva che fosse.
L’uomo è costretto a mangiare ogni giorno e accumula attraverso l’alimentazione quantità impressionanti di ormoni, antibiotici, pesticidi, diserbanti e così via. Il transgenico non migliorerà, come promesso, questa situazione, anzi si sta orientando ad aggravarla ulteriormente.
 
Il rischio della resistenza agli antibiotici
Nelle piante transgeniche inoltre, si è usato il metodo di introdurre dei geni che agiscono da “marcatori”, che cioè servono ad accertarsi che il gene estraneo si sia inserito nel genoma ricevente.        Questi geni marcatori determinano una resistenza a un antibiotico, l’ampicillina, che si potrebbe trasmettere ai batteri patogeni rendendoli resistenti non solo all’ampicillina, ma a tutti gli antibiotici del gruppo delle cefalosporine, utilizzate in medicina per infezioni gravissime.
Il pomodoro geneticamente modificato per marcire meno rapidamente contiene un gene di resistenza a un altro antibiotico, la kanamicina, utilizzata nel trattamento delle meningiti e delle affezioni broncopolmonari gravi. Si rischia anche in questo caso di creare batteri resistenti, quando già siamo in una situazione in cui il massiccio abuso di antibiotici ha reso alcuni ceppi batterici quasi resistenti a tutti gli antibiotici, con il conseguente aumento delle malattie infettive.
 
Quale sarà l’impatto sull’ambiente?
Esistono poi altri aspetti ancora meno conosciuti delle modificazioni genetiche: come si evolveranno i transgeni nell’ambiente naturale, quali modificazioni potranno eventualmente indurre combinandosi con il materiale genetico dei virus, dei microrganismi, delle piante o degli animali non transgenici e se porteranno alla formazione di nuovi agenti patogeni.
Quando la pianta muore, che destino hanno i transgeni assorbiti dal terreno? Il genoma può sopravvivere anche un anno e i suoi geni entrano a quel punto in contatto con il mondo batterico. I batteri non si riproducono per via sessuata, ma si scambiano direttamente il materiale genetico e quindi possono facilmente assorbire i transgeni e trasmetterseli vicendevolmente.
Potrebbero con uguale facilità trasmetterli a una pianta? Come si comporteranno questi geni modificati? Che cosa produrranno? Una loro combinazione condurrà alla formazione di nuovi agenti pericolosi per la salute? A niente di tutto questo la scienza è in grado di rispondere. La possibilità di questo tipo di trasmissione, detta “trasmissione orizzontale” rappresenta un pericolo completamente fuori controllo.
La portata delle conseguenze è del tutto imprevedibile, ma il pericolo maggiore è che in caso di problemi gravi la situazione rischia di essere irreversibile. Il fenomeno delle piante transgeniche, una volta disseminate in modo massiccio, non potrà più essere recuperato.
Qualcuno potrà obiettare che si tratta di una visione catastrofica, eppure le piante transgeniche, da pochi anni introdotte sul mercato, hanno già manifestano i limiti del loro utilizzo e i loro rischi potenziali.
La scienza, nuova religione dei tempi moderni, che ha oggi un potere assoluto sulla conoscenza dell’uomo, e la cui parola ha valore di incontestabile verità, si rivela ai dati di fatto un fragile castello di carta. Le promesse dell’ingegneria genetica di vantaggi per l’ambiente, per l’uomo e per l’agricoltore già cominciano a vacillare, dimostrando il vuoto di ignoranza che c’è dietro la sua lucente facciata.
Il problema non è solo “transgenico o no”, e cioè se sia un errore o meno manipolare le delicate strutture genetiche delle piante. Il problema non è solo che la manipolazione avviene senza sapere praticamente nulla dell’equilibrio esistente all’interno del codice genetico di un organismo e tanto meno delle relazioni esistenti fra i codici genetici di organismi diversi, e quindi non c’è nessuna prevedibilità delle possibili conseguenze. Il problema cruciale è che una scelta così radicale, che va ad intaccare la vita e la natura nel suo intimo venga presa al di sopra dell’umanità intera da un nucleo ristretto di scienziati e di industrie che con il beneplacito di alcuni governi sono partiti lancia in resta in questa avventura.
Su questa strada arriverà mai la scienza a conoscere il meccanismo della vita? Quando anche finisse per conoscere la funzione di ogni singolo gene, di ogni singola proteina, e di ogni altro elemento del DNA, quando anche arrivasse a conoscere tutte le infinite delicatissime correlazioni che esistono fra i componenti del DNA, potrà dire di aver compreso come funziona la vita, quando non è in grado di elaborare una sola legge che possa minimamente spiegarne i meccanismi? La scienza, che procede analiticamente verso l’infinitamente piccolo, osservando una quantità innumerevole di fenomeni ed elementi, non perde la visione d’insieme necessaria a comprendere le leggi fondamentali che regolano la vita e l’estrema complessità dell’universo.
 
Gli interessi economici
La promozione straordinariamente rapida delle piante transgeniche nasconde in realtà interessi finanziari colossali. I giganti dell’agroalimentare e del chimico, Monsanto, Hoechst, Ciba-geigy, Dupont, Rhone Poulenc, e varie multinazionali farmaceutiche americane ed europee stanno acquistando società minori specializzate in biotecnologie e detentrici di preziosi brevetti. La corsa al brevetto sta portando l’agricoltura sotto il controllo totale delle grandi industrie. Attraverso acquisizioni, fusioni e prese di controllo, il settore delle biotecnologie si avvia a concentrarsi nelle mani di tre o quattro multinazionali, che diverranno padrone dell’agricoltura mondiale. Che peso potrà avere allora la voce del singolo contadino che ancora pretenda di utilizzare le sementi del proprio raccolto opponendosi alla massiccia pressione del mercato? Come potrebbe da solo tenere testa alle gigantesche multinazionali? Come potrebbe resistere da solo a un processo che dal dopoguerra in poi ha perseguito tenacemente l’industrializzazione dell’agricoltura, rendendo gli agricoltori sempre più dipendenti, per le sementi, i concimi, i pesticidi, da poche grandi aziende del settore.
L’accesso al nutrimento, che è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, sta entrando nell’ambito delle proprietà di queste industrie, che si avviano ad essere gestori esclusivi dell’alimentazione. La natura, patrimonio comune dell’umanità, si sta trasformando in proprietà privata.
In questo processo di globalizzazione dell’economia, i paesi più penalizzati saranno i paesi poveri e in via di sviluppo, quelli stessi che le biotecnologie dovevano aiutare a sfamare. Paesi che già vedono a rischio i proventi che gli derivano dalle loro esportazioni di prodotti agricoli e che rischiano di essere neutralizzate dalle coltivazioni transgeniche dei paesi occidentali. Paesi che comunque oggi non avrebbero neanche le risorse per acquistare i prodotti dalle multinazionali, ma che rappresentano comunque gli utenti di domani e rispetto ai quali le multinazionali hanno già messo a punto una strategia di mercato. E hanno già cominciato ad aggredire.
 
La strategia di appropriazione del mercato agricolo mondiale
Le multinazionali dell’agrochimico, già padrone del mercato mondiale di concimi e pesticidi, hanno immediatamente colto nei cibi geneticamente modificati un’opportunità di mercato senza precedenti e sono rapidamente subentrate alle tradizionali ditte commercianti di sementi. A poco a poco hanno assunto il controllo di tutto e integrato il loro mercato di erbicidi al nuovo mercato delle sementi geneticamente modificate.
Le ditte produttrici si propongono di mettere in vendita, di anno in anno, nuove piante transgeniche tolleranti a nuovi erbicidi o che non abbiano ancora scatenato fenomeni di resistenza nei parassiti. Mettono a punto offerte commerciali che consistono in “pacchetti” contenenti un dato tipo di seme e il corrispondente pesticida: un sistema progettato per assoggettare definitivamente gli agricoltori alle multinazionali che forniscono il prodotto.
Una volta i contadini conservavano una parte del loro raccolto per la semina della stagione successiva. Le ditte produttrici di sementi sono state le prime a cercare di interrompere questo processo, con la commercializzazione delle sementi ibride, vendute con la promessa di una maggiore resa. È stato questo il primo passo verso l’imposizione di una forma di controllo sugli agricoltori. In realtà la maggiore resa avviene soltanto il primo anno. Quando ad esempio si risemina il mais ibrido, il rendimento della seconda generazione è molto incerto. Gli agricoltori sono quindi costretti ad acquistare le sementi ogni anno. L’impiego degli OGM – e dei relativi brevetti – rafforza ulteriormente questa dipendenza. Negli Stati Uniti, gli agricoltori, convinti all’acquisto dalla prospettiva di una maggiore redditività, hanno finito per accettare, assumendo per contratto l’impegno a non ripiantare l’anno successivo i semi, in quanto semi brevettati e di esclusiva proprietà della parte venditrice, che a questo scopo esercita sugli agricoltori un rigido controllo per tutelare i propri “diritti”.
Queste grandi aziende vedono nei paesi in via di sviluppo un grande bacino di opportunità economiche, un bacino dove ancora il 90% delle piantagioni provengono dai semi di fattoria.
La battaglia decisiva è sui brevetti. Le foreste dei paesi in via di sviluppo, ricchissime di risorse vegetali, sono diventate l’oro verde di queste imprese. Nell’America del Sud, in Africa, in Asia, i loro biologi entrano in contatto con le popolazioni del luogo, allacciano rapporti amichevoli e carpiscono da sciamani e guaritori le loro conoscenze sulle proprietà delle piante. Tornano al loro paese con queste piante, ne individuano il DNA e le brevettano. Quelle piante non appartengono più ai popoli che le hanno coltivate e utilizzate per secoli. Su di esse non hanno più diritti.
 
L’annientamento dell’autonomia agricola nei paesi del terzo mondo. L’esempio dell’India.
Dieci anni fa in India esisteva un’agricoltura tradizionale, fortemente protetta dal governo, dove l’80% delle sementi veniva raccolto per le nuove semine. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, le pressioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale spinsero l’India, in cambio di prestiti per 145 miliardi di dollari, a smantellare il suo immenso sistema statale di approvvigionamento di semi e a incentivare le nuove tipologie di coltivazioni.
Nella zona di Warangal arrivarono le aziende con i semi di cotone ad alta resa e i fabbricanti di pesticidi. Diversi milioni di coltivatori furono convinti ad abbandonare le loro colture tradizionali e convertirsi al cotone, spesso indebitandosi per acquistare i costosi prodotti necessari al nuovo tipo di coltivazione. Le coltivazioni arrivarono ad estendersi per nove milioni di ettari, rendendo l’India il maggiore produttore di cotone al mondo. Solo il primo anno la resa fu buona. Successivamente, il calo del prezzo mondiale del cotone e problemi produttivi come l’acquisita resistenza degli insetti nocivi ai pesticidi e l’inaffidabilità dei semi “ibridi”, misero sul lastrico, a cavallo fra il 1998 e il 1999, migliaia di agricoltori e spinsero centinaia di loro al suicidio.
Da trent’anni la Monsanto opera in India, dove ha messo in atto una strategia per dominare il mercato agricolo del paese. Ha già acquistato alcune fra le maggiori aziende locali produttrici di semi ed altre imprese che hanno accesso al mercato indiano, può fornire semi geneticamente modificati, è presente nel settore delle forniture idriche e produce ormoni della crescita per il bestiame. Tutto a beneficio dell’India, tutto al segno dello slogan “Cibo, salute, speranza”, perché, dicono quelli della Monsanto, “il paese cresce rapidamente ma sta esaurendo la terra per coltivare alimenti. Lavoriamo nell’interesse degli agricoltori e dei consumatori indiani. Abbiamo tecnologie che possono ridurre le spese degli agricoltori, aumentare la resa e diminuire la necessità di pesticidi.”
Vogliamo credere a questo interesse sociale? La Monsanto ha acquistato la Delta and Pine, una colossale azienda di sementi che domina il mercato del cotone americano e possiede il brevetto statunitense di una tecnologia, ancora allo stato sperimentale, che è stata battezzata “Terminator” o “tecnologia suicida”. Essa permetterà di modificare qualsiasi seme in modo da diventare una pianta sana che però produce semi sterili. L’azienda non avrebbe più bisogno di sorvegliare gli agricoltori per accertarsi che non raccolgano i suoi semi modificati protetti da brevetto e li riutilizzino per la semina dell’anno dopo, perché le piante assolverebbero il compito direttamente.
In India nel frattempo si sono sviluppati forti movimenti per bloccare il processo di dipendenza dalle multinazionali, hanno richiesto l’espulsione della Monsanto dal paese, hanno rallentato i loro progetti di coltivazione di cotone transgenico e hanno perfino incendiato alcuni dei loro campi sperimentali. Associazioni e istituzioni hanno avviato esperimenti per introdurre modelli di agricoltura ecologica che hanno prodotto risultati molto incoraggianti.
In India si sta tuttavia necessariamente lavorando anche nel campo delle biotecnologie. Come sostiene il Prof. Pushpa Bhatrgava, direttore del Centro per la biologia cellulare e molecolare”, uno dei maggiori istituti scientifici pubblici dell’India, “l’India dovrebbe sviluppare le biotecnologie perché, in caso contrario, il paese sarà sfruttato da altri con metodi senza precedenti nella storia. Come si può dominare un paese dove 700 milioni di persone dipendono dalla terra? Basta infiltrarsi nell’agricoltura. Chi controlla la sicurezza alimentare di un paese controlla quel paese. È quello che sta facendo la Monsanto.”
Nel frattempo le industrie biotecnologiche e farmaceutiche proseguono la caccia alla ricerca di nuovo materiale genetico, e hanno già identificato e brevettato i codici genetici del riso basmati, della curcuma, del pepe nero, del cotone e persino del “sacro” albero margosa (o neem), suscitando la profonda indignazione dell’India che a livello governativo si è opposta con successo a questo ennesimo atto di pirateria, per cui piante coltivate da secoli, parte integrante della cultura di un popolo, improvvisamente diventano proprietà esclusiva di un pugno di profittatori all’altro capo del mondo, del mondo cosiddetto “civile”.
 
D.R.
 
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